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Il Piano strategico di sviluppo del turismo del ministro Gnudi fermo su un binario morto. Ma non Ŕ detto che sia un male

[ 28 gennaio 2013 ]

Stefano Landi, presidente SL&A Turismo e Territorio (esclusiva greenreport.it)

Presentato in questi giorni al Consiglio dei Ministri e quindi "dis-secretato", il Piano Gnudi sul turismo in Italia parte da presupposti economici astratti e dalla proposizione di una governance al momento impraticabile, per collazionare in circa 60 linee di azione tante cose giuste (alcune peraltro già praticate anche e proprio nel nostro paese) e tante altre sbagliate, anche queste purtroppo già messe in pratica. Senza sposare quella che sembra al momento l'unica linea percorribile: la Marca, l'identità e l'unicità del modello di ospitalità italiano come vantaggio competitivo.

Non fosse bastata la fine anticipata di una Legislatura travagliata e di un Governo a tempo, la parola "stop" al Piano del Turismo l'avrebbero comunque già messa le Regioni, che in un loro stringato documento del  dicembre scorso hanno, garbatamente ma lapidariamente, sostenuto l'inopportunità di rivedere l'attuale assetto delle competenze in materia.

Un assetto stabilito da ultimo con la riforma costituzionale del 2001, che all'art. 117 non elenca il turismo tra le competenze statali né tra quelle concorrenti, lasciandolo quindi univocamente alle Regioni e Province Autonome. Un modello di governance criticato e per certi versi anche criticabile, ma a ben vedere, soprattutto nell'attuale fase di incertezza politica, non modificabile. 

Un assetto al quale hanno tentato in  vari modi di opporsi gli ultimi Ministri con delega al Turismo, Rutelli prima e Brambilla poi, uscendo sempre sconfitti dal conflitto di attribuzioni sollevato innanzi la Corte Costituzionale dalle Regioni, arrivate anche a far abrogare quel  "Codice del Turismo" che, se si fosse limitato a compendiare e aggiornare le normative preesistenti, non avrebbe invece incontrato intoppi.

Colpisce al riguardo constatare che, per la predisposizione del Piano Gnudi, le Regioni non siano state prioritariamente consultate tra gli stake-holders (70 operatori), limitandosi ad un passaggio non si sa quanto approfondito presso la Conferenza delle Regioni, peraltro classificata dal Piano tra le "Organizzazioni di Settore" insieme, tanto per dire, alla Fondazione Italia-Cina e a Visit Britain.

Regioni che si sono invece viste presentare spezzoni del Piano stesso quando realisticamente era ormai troppo tardi (tra fine settembre e ottobre 2012) sia per entrare nel merito, che per rimediare allo "schiaffo" istituzionale.

Quanto al merito, la prima scelta che desta quantomeno perplessità è quella di considerare nello scenario competitivo i soli mercati esteri, trascurando invece quello domestico, che come noto in Italia "vale" qualcosa come l'80% delle presenze ed almeno il 70% del fatturato. Una scelta logica se la pietra di paragone fosse Andorra o San Marino, ma non se ci si confronta con la Spagna.

La seconda indicazione difficilmente condivisibile è quella di considerare come strategiche  solo due tipologie di mercato estero: il segmento "Affluent" dell'Europa occidentale, e i paesi BRIC. Trascurando quindi l'enorme fenomeno dei nuovi viaggiatori low-cost, che, effettuando microvacanze (a breve e medio raggio)  stanno rivoluzionando il panorama europeo, e non solo.

La terza assenza "pesante" è quella delle motivazioni, dei tanti turismi che negli ultimi 30 anni hanno rappresentato la nuova forma della vacanza, trasformando un "mercato di massa" in una  "massa di nicchie". E rivitalizzando destinazioni ormai mature, così come rendendo appetibili anche territori una volta marginali. Territori che, sia detto per inciso, negli stessi anni hanno conosciuto un forte sviluppo di ospitalità diffusa basato su imprese e forme alternative alle tanto decantate catene alberghiere.

Coerente con questa presbiopia risulta l'indicazione strategica di concentrare le azioni di miglioramento dell'offerta nazionale in 30-40 poli prioritari o, peggio ancora, in 1-2 nuovi grandi poli turistici nel Mezzogiorno, magari da commercializzare mediante la "creazione di un grande operatore incoming italiano".

In questo caso è la memoria a fare difetto: la politica dei "grandi poli" non è certo una novità, ed è stata anzi alla base di molti "Contratti di Programma" degli anni 2000, e delle realizzazioni sostenute da Sviluppo Italia - Italia Turismo ad esempio a Sciacca, in Sicilia. Ma sono azioni e realizzazioni che il più delle volte mortificano la qualità e l'identità del territorio che le supporta, esponendosi per tipologia di vacanza ad una concorrenza a scala mediterranea e globale fortemente incentrata sul fattore prezzo e quindi, per il nostro Paese, perdente.  E a poco vale rievocare la Costa Smeralda, tanto unica ed irripetibile da essere appunto emblematica, e che comunque ha basato le proprie fortune economiche soprattutto su di uno sviluppo immobiliare difficilmente riproponibile per il suo impatto ambientale e paesaggistico, quando anche fosse ancora redditizio.

Quanto al grande operatore incoming nazionale vale forse la pena di ricordare non tanto la sequela di fallimenti  di iniziative similari (da Grand Tour a CIT), quanto soprattutto la fase di disintermediazione galoppante che sta demolendo anche le grandi imprese private del settore, cresciute sull'outgoing quando appunto il turismo era ancora di massa, e la distribuzione era fisica.

E la disamina degli aspetti quantomeno controversi potrebbe continuare, se non valesse la pena di sottolineare forse la questione più critica: nel Piano si sostiene infatti la "Attribuzione di portafoglio al Ministro e l'istituzione di un nuovo Ministero", andando contro il pronunciamento referendario del 1993, e l'"accentramento di una parte dei fondi regionali di promozione" e l'utilizzo degli stessi per promo-commercializzazione, andando contro la fattibilità e il buon senso.