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A rischio la sostenibilitÓ della pesca: dagli anni '60 perso il 60% degli stock di tonno

[ 24 febbraio 2012 ]

Proceedings of the National Academy of Sciences pubblica lo studio di un team di scienziati provenienti da Italia, Canada, Gran Bretagna e Spagna, i quali hanno scoperto che, a partire dall'inizio degli anni '60, gli effetti delle pesca del tonno e di specie simili ha portato a un declino di circa il 60% degli stock di questi pesci.

Lo studio è stato in parte finanziato dal progetto "Elucidating the structure and functioning of marine ecosystems through synthesis and comparative results" (Metaoceans), che ha ricevuto una borsa Marie Curie per la formazione iniziale per la ricerca da  2,23 milioni di euro nell'ambito del Sesto programma quadro (6° PQ) dell'Ue. Il bollettino scientifico dell'Ue Cordis evidenzia che «i risultati hanno messo gli scienziati in allarme, sottolineando che diverse specie di pesci sono state sfruttate eccessivamente e in particolare che la maggior parte delle specie di tonno sono state sfruttate fino ai limiti della sostenibilità. 
Secondo i ricercatori il tonno che vive in acque fredde è quello maggiormente colpito dal sovra-sfruttamento, dato che «i dati mostrano infatti come il loro numero si sia ridotto dell'80%. I tonni pinne azzurre dell'Atlantico e i pinne azzurre del sud fanno parte di questo gruppo, che è noto per le grandi dimensioni, la longevità e il suo significativo valore economico».

Anche lo sgombro ha risentito degli effetti della sovra-pesca: «anche se è più piccolo e vive meno a lungo, lo sgombro fa parte di una preoccupante tendenza in aumento. I risultati dello studio suggeriscono che la pesca non conosce confini: piccole o grandi, tutte le specie sono a rischio». 

La principale autrice dello studio, María José Juan-Jordá dell'Università di A Coruña in Spagna spiega che «i risultati di questo studio, che si basano su una raccolta di stime più precise, mostrano una situazione globale delle popolazioni di tonno che si discosta da interpretazioni precedenti più cupe». Un precedente studio pubblicato nel 2003 su Nature aveva riscontrato che nel corso del XX secolo i pesci pelagici, come il tonno, erano diminuiti del 90%. La Juan-Jordá dice che «ci sono preoccupanti fattori di cui le organizzazioni regionali per la pesca dovrebbero tener conto per assicurare un futuro sostenibile in queste zone di pesca. Le organizzazione di gestione della pesca non devono usare le loro risorse solo per gestire specie di grande valore, come i grandi tonni, ma anche per le specie che hanno un valore economico più basso, che sono importanti perché sono una notevole fonte di proteine per molti paesi in via di sviluppo».

Nicholas Dulvy, dell'Università di Simon Fraser in Canada sottolinea che «la gestione delle popolazioni di tonno può essere una soluzione applicabile. Per alcune specie, la gestione della pesca ha bisogno di aiuto. Quelle con il più alto valore economico sono le più sfruttate. Ci sono chiaramente ancora persone che traggono vantaggi economici dalla pesca illegale del tonno pinne azzurre, un caso nel quale il commercio internazionale va al di là dei regolamenti della pesca, che sono di solito efficaci».

Iago Mosqueira, uno scienziato della pesca che lavora al Centro comune di ricerca della Commissione europea a Ispra, in Italia, dice che «i risultati suggeriscono che aumentare la pesca potrebbe continuare a essere rischioso e che tutte le attività di pesca globali devono essere seguite con grande attenzione visto che la domanda continua a crescere. Tutti devono quindi concentrarsi adesso sulla creazione di un vero futuro per queste popolazioni e per le zone di pesca che dipendono da esse».

Per un altro degli autori, Juan Freire dell'Università A Coruña, «sono necessari un impegno serio e azioni efficaci per ridurre la pesca eccessiva in tutto il mondo, per ripristinare le popolazioni eccessivamente sfruttate e regolare il commercio che le mette a rischio. Solo allora possiamo garantire maggiori quantità, profitti economici stabili e ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi marini».