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Dal successo di Villa Adriana al ministero unificato?

[ 28 maggio 2012 ]

Luigi Piccioni, UniversitÓ della Calabria

Il caso di Villa Adriana è estremamente interessante: esso ha dimostrato tre cose che agli osservatori più attenti erano ben chiare da tempo.

Il primo è che usciamo da una fase istituzionale criminale e devastante per i beni culturali, che è quella del berlusconismo. Sia il prefetto Pecoraro, sia il sindaco Alemanno, sia il presidente della giunta regionale Polverini, che hanno in vari modi innescato il caso, vengono da lì.

Il secondo è che siamo in una fase istituzionale di transizione in cui abbiamo un governo che in sostanza non ha le coordinate giuste per capire cosa siano davvero i beni culturali, le cui scarse coordinate sono anzi in linea col mercantilismo neoliberista, ma è anche un governo che ha fatto il liceo classico, frequenta i salotti buoni e si vergogna un po' quando gli si fa notare la sua ignoranza per cui di tanto in tanto tenta di correre ai ripari. Come è appunto avvenuto nei giorni scorsi.

Il terzo è che in una fase turbolenta a livello mondiale, in cui il disagio diffuso produce di tutto ma anche prese di coscienza e mobilitazioni "serie", l'audience di coloro che da sempre si battono per beni culturali e ambiente si allarga di nuovo e genera mobilitazioni di peso, che non possono non essere ascoltate (salvo il caso TAV ma questa è una storia ancora più complicata).

L'incontro-scontro di questi due ultimi elementi ha salvato nel giro di pochi giorni Villa Adriana da un assalto che ci avrebbe svergognati a livello mondiale ma che sembrava ormai cosa fatta.

Tutto ciò è interessante, e sicuramente positivo. Molto positivo.

Ma c'è un aspetto della questione meno visibile e più inquietante sul quale vale la pena di discutere un poco.

Leggo infatti sul "Corriere della Sera" del 26.5.2012 la chiusa di un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella: "Quello di Villa Adriana è un caso di scuola che dimostra le necessità assoluta, come già proposto ieri, di affidare le tre grandi ricchezze d'Italia a una direzione univoca. Un ministero del Patrimonio nel quale riunificare le competenze su ambiente, beni culturali e turismo, dotato di poteri concreti e gestito dai migliori: scelti sulla base di passioni e competenze".

La proposta non è nuova, è anzi uno dei punti chiave di quanto proposto - a seguito di lunga argomentazione - da Salvatore Settis nel suo fondamentale libro Paesaggio Costituzione Cemento. Nell'opera lo storico dell'arte si sforza di dimostrare come il nostro sia l'unico paese - o quasi - in cui le competenze su questi settori sono frammentate, ma la sua analisi, altrove puntualissima, è in questo caso del tutto erronea. In nessun paese d'Europa infatti le competenze sull'ambiente e sui beni culturali sono state associate, salvo in Francia e per periodi piuttosto brevi.

Che beni culturali, paesaggio e ambiente siano e debbano essere saldamente connessi (cosa che non sono attualmente e non sono mai stati, né in Italia né in gran parte degli altri paesi del mondo) è cosa assolutamente certa. La loro unità sotto il segno della patrimonialità - o come si direbbe oggi del bene comune - è anzi un obiettivo di civiltà oggi imprescindibile, per quanto ancora assai difficile da raggiungere.

Che però questo debba avvenire attraverso una rigida unificazione delle competenze, a partire da quelle ministeriali, fa un po' paura. Ognuno di questi mondi (ambiente, paesaggio, beni culturali, laddove il turismo è forse una voce incongrua) ha problematiche, riferimenti teorici, tecnologie, relazioni locali e internazionali profondamente diverse e difficilissime da coordinare in un unico organismo. Il rischio di tenere insieme a forza cose troppo lontane tra loro è quindi un rischio che non è il caso di correre.

Vorrei aggiungere tre veloci considerazioni al riguardo.

La prima è che laddove attualmente si manifesta questa tendenza a unificare le competenze, tutti coloro che si occupano in Italia - anche ai livelli più alti - di ambiente non sanno quasi nulla di patrimonio storico-culturale e viceversa. E' difficilissimo, insomma, individuare, nel panorama culturale attuale, figure che abbiano quella completezza e unitarietà di sguardo che caratterizzava Antonio Cederna. Ho sentito con le mie orecchie uno dei massimi paladini di questa unificazione di competenze dire "come si chiamano quelli ... ah, si: i parchi della natura", e un lungo brivido mi è corso lungo la schiena.

La seconda considerazione è che esiste forse un delicato e difficile trait-d'union tra le questioni ambientali in senso lato e quelle del patrimonio storico-artistico pure in senso lato ed è il campo del paesaggio e/o del territorio. Lì si dovrebbe forse concretamente lavorare - come alcuni stanno in effetti cominciando a fare, ad esempio Wwf e Fai - per cercare di saldare efficacemente i due campi. Ma senza scorciatoie, soprattutto se sommarie e decisioniste.

La terza considerazione è che queste proposte vengono da un campo culturale che sta riprendendo rapidamente forza e prestigio dopo anni di declinante forza e visibilità: il campo delle persone impegnate per la tutela del patrimonio storico-artistico. Nomi come Salvatore Settis, Vittorio Emiliani, Edoardo Salzano insieme a figure più govani stanno conquistando pian piano il favore di un'opinione pubblica sempre più disposta a mobilitarsi e il successo rapido e netto su Villa Adriana è emblematico in tal senso.

Questo dovrebbe far riflettere tutti coloro che lavorano più propriamente nel campo della tutela ambientale, della lotta contro gli inquinamenti, delle aree protette, sul perché non sono in grado di costruirsi (o ricostruirsi) una visibilità e un'efficacia pubblica analoghe. C'è un ritardo che va assolutamente colmato in un'ottica cooperativa se non addirittura "fusionale" rispetto al mondo della tutela del patrimonio storico-artistico, ma rapidamente ed efficacemente. Se mai si dovesse - e guardando Ornaghi se ne può senz'altro dubitare - arrivare un giorno a un ministero unico di ambiente e patrimonio storico-artistico il rischio che il primo diventi una sorellastra trascurata del secondo diverrebbe più che concreto. E non ci guadagnerebbe nessuno.

Bisogna aggiungere che chi scrive non ha alcun interesse di bottega da difendere; se si sente di difendere pubblicamente un modello articolato di patrimonio e un modello articolato della sua tutela è paradossalmente sulla base di una visione che si sforza di andare al di là degli steccati disciplinari e degli interessi particolari, riconoscendo necessariamente la pluralità dei saperi e degli approcci alle varie componenti del patrimonio. Non vorrei insomma che ci trovassimo tra qualche anno, a partire dalle migliori intenzioni, a lamentare organismi di tutela che distinguono tra un patrimonio di serie A e uno di serie B, senza essere neanche in grado di raccordarli tra loro.