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[ 16 novembre 2009 ] Rifiuti e bonifiche

Rifiuti: dalla paura (degli urbani) alla consapevolezza (che esistono eccome quelli speciali)

GROSSETO. In quella che doveva rappresentare l'era della conoscenza e della dematerializzazione il monde si scopre invece sommerso dai rifiuti. Sono 4 miliardi le  tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno nel mondo, tra urbani e industriali, e solo poco più della metà (2,74 miliardi) vengono raccolte.

In questo panorama in cui ogni cittadino del pianeta in media produce 650 chilogrammi di rifiuti appare evidente che il dato diventa ancora più impressionante se rapportato ad ogni singolo paese e non stupisce che a guidare la carovana degli scarti siano i paesi occidentali con  Europa e Stati Uniti in testa.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dal Panorama mondiale dei rifiuti 2009, il primo studio sistematico sulla produzione, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti a livello internazionale, realizzato dal Gruppo Veolia, in collaborazione con Philippe Chalmin dell'Università di Parigi-Dauphine, e presentato oggi all'Università Bocconi di Milano nel corso del convegno "Rifiuti: dalla paura alla consapevolezza".

Dati che correttamente nel rapporto vengono presentati come stime dal  momento che anche per queste è compito non facile da realizzare, dal momento  che «le definizioni non sono armonizzate da un paese all'altro, soprattutto per le categorie più "vaghe", quali quelle comprendenti i residui della costruzione e dell'edilizia, delle miniere e del mondo agricolo e forestale». Ma «l'idea secondo cui il mondo produce ogni giorno 10 milioni di tonnellate di rifiuti è probabilmente esatta».

Una relazione che evidenzia ancora una volta il rapporto sbilanciato tra i rifiuti urbani e gli industriali a favore di quest'ultimi con la tendenza esattamente opposta ad occuparsene dal punto di vista gestionale, dell'informazione e dell'interesse mediatico, e in cui la contabilizzazione è ancora più difficile per quanto riguarda i rifiuti urbani.

Dei 4 miliardi che vengono contabilizzati nel rapporto, infatti solo 1,7 miliardi di tonnellate sono urbani e tutto il resto industriali derivanti soprattutto dall'industria manifatturiera.

Ma il dato è certamente sottostimato perché come evidenzia il rapporto «per questa categoria di rifiuti (contrariamente ai rifiuti urbani) non è possibile ricorrere ad estrapolazioni, in quanto dipendono dalla struttura industriale caratteristica di ogni paese. La stima delle quantità di rifiuti industriali non pericolosi e pericolosi è quindi incompleta da un punto di vista geografico e imprecisa a causa dell'inaffidabilità di certi dati».

Meno problematica la contabilità relativa ai rifiuti urbani ma anche in questo caso il dato complessivo costituisce solo una stima.

«Per i paesi dell'Ocse, le cifre sono affidabili- si legge infatti nel rapporto- ma per i paesi emergenti e in via di sviluppo ci siamo basati su estrapolazioni, partendo da alcuni paesi rappresentativi, tenendo conto del Pil e del livello d'urbanizzazione. In ogni caso, si tratta di dati probabilmente sottovalutati rispetto alla realtà ma che corrispondono ai rifiuti che possiamo definire "mercantili", ossia quelli che in qualche modo entreranno nel circuito economico».

Da queste stime il  primato tra i maggiori produttori va agli Stati Uniti con 226 milioni di tonnellate l'anno, emblema della società del consumismo, che vengono però seguiti a ruota dall'Europa con oltre 225 milioni di tonnellate. Mentre la Cina, pur contando su una popolazione più che doppia, si attesta a 148 milioni di tonnellate.

Oltre alla quantità anche la natura dei rifiuti prodotti «varia molto a seconda del livello di sviluppo dei paesi: i rifiuti dei ricchi sono diversi dai rifiuti dei poveri!» si legge.

La ricchezza di un paese è allora caratterizzata da una  maggiore presenza di imballaggi e di prodotti sofisticati e la percentuale di carta e cartone nei rifiuti urbani può arrivare fino al 50%, a cui bisogna aggiungere una buona dose di materie plastiche, metalli e vetro.

È invece minore quella di  rifiuti organici che nei paesi poveri rappresentano dal 50 all' 80% della composizione dei rifiuti. Inoltre, per effetto della selezione operata nelle discariche delle megalopoli dei paesi in via di sviluppo, quello che rimane è abbastanza omogeneo. Per questo - conclude il rapporto- è necessario optare per diversi modelli di gestione: nei paesi ricchi la raccolta differenziata e il riciclaggio hanno quindi una loro logica, che non si adatta ai paesi poveri dove l'omogeneità finale del rifiuto si presta di più ad  una valorizzazione energetica o biologica. «A ciascun paese, a ciascuna cultura, i suoi rifiuti, i suoi modelli di raccolta e di valorizzazione».