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Monitor di Enrico Falqui

 

[ 9 novembre 2009 ] Urbanistica e territorio

La città che non c’è

Enrico Falqui

FIRENZE. Firenze si trova ad una svolta di portata storica e il sindaco della città, Matteo Renzi, dotato di capacità innovative e di  abile comunicazione verso i suoi concittadini, si appresta a prendere le decisioni necessarie, osservando il "Grande Puzzle" di progetti ed azioni di trasformazione urbana che investono il capoluogo e la sua vasta area metropolitana, i cui confini si estendono da Pontassieve fino a Pistoia e da Fiesole fino a Empoli.

Se cerchiamo di orizzontarci nell'enorme flusso di "comunicazione" che da Palazzo Vecchio attraversa tutta la città per illustrare le intenzioni politiche della "governance" cittadina, rischiamo di perdere il filo di Arianna che connette tra di loro questo imponente sistema di trasformazioni urbane ed infrastrutturali  secondo precise gerarchie di importanza, proprie dei sistemi complessi.


In altre parole, le decisioni che il sindaco di Firenze intraprenderà entro l'estate del 2010, risulteranno decisive e strategiche per quel nuovo "equilibrio metropolitano" che la città sta cercando da 15anni, senza ancora averne definito la morfologia e le funzioni.

Perché si è impiegato così tanto tempo? ...viene da chiedersi; esiste una sola risposta che può motivare un tale ritardo? No, anzi se dovessimo stilarne l'elenco su un rotolo di carta, probabilmente, srotolandolo, per scrivere tutte le risposte, arriveremmo a Viareggio!

 

Tuttavia, dopo un così lungo periodo di tempo, una parte non indifferente dell'opinione pubblica fiorentina comincia a pensare che il destino futuro di Firenze possa essere quello di rimanere così come è oggi, poiché, accumulandosi i ritardi ed ingigantendosi i problemi, qualunque trasformazione si abbia intenzione di decidere, essa comporta, ogni giorno in più che passa, costi superiori, disturbi sociali ed impatti ambientali di difficile composizione, danni e svantaggi per le categorie economiche in ogni settore di attività.

 

Eppure il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha avuto una rapida capacità di attuazione nell'opera di pedonalizzazione di Piazza Duomo e di alcuni lembi di strade limitrofe, rendendo così l'evento, attraverso un'intelligente azione di comunicazione, all'altezza delle "sfide" che la città si trova ad affrontare all'interno del gigantesco "Puzzle di trasformazioni urbane", di cui, invece, a livello nazionale non parla nessuno.

 

Nei più importanti convegni e rassegne di Urbanistica svoltesi in questi ultimi due anni, nelle grandi città italiane del Nord e del Sud, così come nelle varie Biennali e Triennali di Architettura, tutti parlano delle grandi trasformazioni e rigenerazioni urbane avvenute, in questi ultimi anni, a Torino, a Milano, a Genova a Venezia, a Bologna, a Roma, a Napoli, a Palermo, mettendo in evidenza pregi e difetti di questi  processi di modernizzazione delle città.

 

Firenze, invece, non c'è, poiché la sua "transizione" verso decisioni che avrebbero dovuto divenire operative già dieci anni fa e dare luogo al cambiamento più importante dall'epoca delle trasformazioni urbane del Poggi (fine 800), ancora non è conclusa, anzi, oggi in molti a Firenze,  vorrebbero che essa si interrompesse. Vale la pena riflettere, a questo proposito, su due diverse argomentazioni con le quali un illustre fiorentino, Giuseppe Prezzolini, oggi dimenticato dalle generazioni contemporanee, criticava il "consenso" culturale e sociale, che motivava, all'inizio del ‘900, l'immobilismo delle città d'arte italiane.

 

Prezzolini, nel suo "Carteggio" con Giovanni Papini (1900-1907, vol.1), così si esprimeva: «...non c'è niente di peggio delle città vecchie, non già per antichità di fondazione, ma per essere da lungo tempo meta di viaggi; noi abbiamo costruito una certa Venezia, non ideale ma reale, alla quale hanno contribuito gli sposini, gli innamorati, i viaggiatori, gli impressionisti, gli eruditi e infine i campanilisti. Come trovare impressioni nuove a Venezia? Tutto è così arido e secco. ....Bisognerebbe rovesciare le architetture e fare di S. Marco una chiesa con le cupole nell'acqua e i portali in aria. Occorrerebbe far questo per i quadri; allora il nostro intelletto logico e simbolista non andrebbe più a cercare le figure... ma comprenderebbe le pure linee e i colori come unica sorgente del bello. Così si preluderebbe a quell'Arte più che futura di cui, se tu ricordi, io mi feci araldo più di un anno fa».

 

(continua-1)