[24/01/2013] News

Confindustria lancia il suo Progetto per l'Italia: cultura e economia "verde" irrilevanti

Come ebbe a dire J. K. Galbraith , influente economista d'Oltreoceano, «di fronte alla necessità di scegliere se cambiare opinione o dimostrare che non ce n'è bisogno, quasi tutti si impegnano nella dimostrazione». Il centro studi di Confindustria, però, partorendo quella «terapia d'urto» che è il suo Progetto per l'Italia: crescere si può, si deve, è andato oltre questo comune denominatore della natura umana.

Nonostante l'accavallarsi degli indizi che suggeriscono la necessità di un rilancio in chiave sostenibile dell'economia per uscire dalla trappola della crisi - non ultimo per importanza quello rilanciato solo pochi giorni fa dall'Ilo, l'Organizzazione internazionale del lavoro - Confindustria non si è neanche presa la briga di impegnarsi a dimostrare che la sua opinione (ovvero quella di un'economia e di un'industria di stampo semi-ottocentesco) è la migliore. Semplicemente, l'opportunità offerta da una riconversione ecologica dell'economia rimane sbiadita sullo sfondo.

Nelle 23 pagine della dettagliata proposta degli industriali, la parola green economy compare una volta soltanto (incidentalmente?). Il paragrafo dedicato alla politica industriale e sviluppo sostenibile, assommato a quello sulla cultura, consiste in un abbecedario che non arriva alla pagina e mezza (relegata, ovviamente, in fondo all'intero documento).

In questo rapidissimo passaggio, la sostenibilità per Confindustria si sostanzia essenzialmente nella necessità di dare corpo alla Strategia energetica nazionale proposta da Corrado Passera (contenente un generosa spolverata di petrolio&trivelle sul territorio nazionale) e nella realizzazione di grandi opere - ognuna sopra i 50 milioni di euro - sovente dispendiose quanto in una non meglio identificata «regolazione moderna del sistema idrico integrato», quando proprio dai fondi necessari per le grandi opere potrebbero essere ricavati 10 miliardi di euro da dedicare alla messa in sicurezza del territorio (l'unica grande opera di cui l'Italia abbia veramente bisogno). Gli unici punti che stuzzicano l'immaginazione riguardano la necessità di bonifica per i 57 Sin nazionali ed il rilancio della ricerca e dell'innovazione «potenziando il ruolo della domanda pubblica» ma, purtroppo, nella pagina e mezzo di cui sopra non c'era evidentemente spazio per dilungarsi in quisquilie come queste.

Ed è inutile spulciare le pagine: se a qualcuno venisse in mente la malsana idea di controllare quanto Confindustria ritenga interessante il flusso di materia che attraversa la nostra economia - nella non trascurabile forma di 2 miliardi di ton/anno, secondo l'Istat - scoprirà che nel suo piano per l'Italia non ve n'è il minimo accenno. Neanche viene affrontata la loro più "scandalosa" manifestazione, sottoforma di rifiuti. Per Confindustria, non è roba che abbia a che vedere con la sostenibilità. Il manifesto europeo per l'utilizzo efficiente delle risorse, evidentemente, non dev'essere pervenuto negli uffici di viale dell'Astronomia.

Per quanto riguarda il paragrafetto dedicato alla cultura, infine, lasciamo che sia il lettore a scoprirlo da solo: non ci metterà molto, conta appena 9 righe.

Nonostante tali mancanze, il Sole 24 Ore celebra questo manifesto dei sogni industriali come fonte di «una crescita di almeno il 2% all'anno, che già nel 2017 potrà arrivare al 3% e quindi aumentare del 12,8% da qui al 2018; un tasso di disoccupazione che scenderà dal picco del 12,3% atteso per il prossimo anno all'8,4%, creando 1,8 milioni di posti e portando il tasso di occupazione al 60,6%; un peso dell'industria al 20% del Pil. E poi meno tasse, con una pressione fiscale che passerà dal 45,1% al 42,1%, e il reddito medio delle famiglie che vivono di lavoro dipendente più alto di 3.980 euro reali».

Viste le premesse, questo appare più un incubo che un sogno, o meglio un'illusione. Si basa sull'assunto che questa crisi passeggera - eppur persistente, dato che ci perseguita da circa sei anni - potrà essere dominata tramite un ritorno alle vecchie regole di un mercato e di un capitalismo che si sono soltanto arrugginite... facendoci incagliare esattamente da dove ci troviamo adesso bloccati. Oltre all'apprezzabile incitamento contenuto in quel crescere si può, si deve, domandarsi anche cosa si vuole che cresca e dunque come dirigere questa crescita avrebbe forse potuto aiutare.

Nel momento di panico, Confindustria preferisce abbarbicarsi alle certezze del passato, invocando una crescita tale e quale (e alquanto improbabile). È comprensibile, ma quel mondo non tornerà più. Prima ce ne renderemo conto, prima riusciremo a disegnare quello nuovo (e necessariamente sostenibile) che vogliamo.

Nella foto: l'ex presidente di Confindustria Emma Marcegalia e quello attuale Giorgio Squinzi

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