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[ 20 novembre 2009 ] Clima

Noaa: anche lo scorso ottobre nei record di Global warming. Attese stime pesanti sul clima del 2009

Riccardo Mostardini

FIRENZE. Quanto visibile nella parte superiore dell'immagine è lo scostamento dalla media delle temperature che sono state registrate nel mese di ottobre nel mondo, secondo la National oceanic and atmospheric administration (Noaa). Come si può notare, il colore rosso predomina in tutto il globo, con scostamenti dalla media (evidenziati dalla dimensione dei punti) maggiori verso le aree polari dell'emisfero nord. La media climatologica è calcolata sul trentennio 1971-2000.

L'immagine è definibile come una tipica rappresentazione "istantanea" di come il maggiore calore presente nell'atmosfera in conseguenza del surriscaldamento globale si distribuisca lungo il pianeta: come si vede agevolmente, le sole anomalie negative (cioè temperature minori della media, causate da locali discese di aria fredda) si sono registrate solo negli Usa, in Europa settentrionale e in misura minore nel mare Antartico e in Cile.

In tutto il resto del mondo è stato più caldo della media: va ricordato tra l'altro che è in fase attiva il fenomeno del Niño, che in conseguenza di fenomeni dovuti al riscaldamento sporadico delle acque del Pacifico centrale (vedi parte superiore dell'immagine) causa poi eventi a catena in tutto il pianeta, generalmente spingendo verso il riscaldamento. Tra Niño e global warming, comunque, anche il mese passato entra nella top-ten dei mesi più caldi: la Noaa comunica che è stato, come mese di ottobre, «il sesto più caldo dall'inizio delle misurazioni moderne» (1880), con un'anomalia di 0,57° C sopra la media.

Le zone sottoposte a scostamenti rispetto alla media più forti, ben oltre i 5°, sono state quelle artico-siberiane e l'area tra Alaska e Canada settentrionale. Anomalie minori ma comunque significative (sui 3-4°) hanno agito, nel mese di ottobre, intorno alle zone di alta presssione sub-tropicale, e cioè in quelle zone i cui confini esterni tendono ad espandersi in conseguenza del maggiore calore che giunge sulle zone equatoriali.

Come greenreport ha spiegato più volte, il clima terrestre è suddivisibile in quattro grandi fasce (vedi parte inferiore dell'immagine, che rappresenta schematicamente le precipitazioni sul pianeta in un normale giorno d'estate e che è derivante da nostra elaborazione su stime Gfs): la fascia equatoriale (1), costantemente perturbata, è contornata a nord e a sud da una fascia anticiclonica (subtropicale, calda e secca -2). Proseguendo verso i poli troviamo, nei due emisferi, la fascia temperata (3), il cui clima - tipicamente variabile - dipende sostanzialmente dalle dinamiche che si instaurano tra la fascia anticiclonica citata e quella detta "polare" (4), tipicamente instabile: quest'ultima e la fascia subtropicale attuano un costante "dialogo" tra esse che determina poi, in buona sostanza, il clima variabile che si ha nelle zone temperate.

Questo meccanismo è di matrice climatologica, poi stringendo l'obiettivo, e ragionando quindi in termini meteorologici, è chiaro che il clima locale o regionale dipende poi da vari altri fattori, in primis le correnti atmosferiche a media-bassa quota, quelle marine e l'orografia, ma comunque il clima dei paesi temperati resta determinato in primis dal dialogo tra queste due macro-fasce, subtropicale stabile e polare instabile e fredda.

Ma come sta evolvendo questo dialogo? Gli effetti del global warming sono due: in primo luogo il maggiore calore presente in atmosfera causa, a livello planetario, un generale aumento dell'energia. Ciò ha come conseguenza una maggiore forza dei meccanismi con cui questa energia si esplica nei fenomeni climatici (in primis una modifica del ciclo idrogeologico) e quindi meteorologici (aumento dei fenomeni estremi, estremizzazione di quelli moderati). Questo comporta, tra le altre cose, che il "dialogo" citato tra le fasce subtropicale e polare (e quindi il clima delle zone temperate) diventi più "affannoso", cioè che aumentino gli scambi tra l'aria polare e subtropicale, e che quindi si abbiano più ondate di calore, e più discese di aria fredda. Ciò causa l'estremizzazione del clima su scala globale, e in particolare nelle zone temperate: è quello che è definito come "aumento degli scambi meridiani" tra le masse d'aria.

Ma c'è un secondo effetto, associato alla conseguenze che, nelle zone temperate, derivano dal maggior calore presente in atmosfera: sussiste un legame di causa ed effetto tra l'aumento del calore che giunge all'equatore (quindi sul pianeta) e la "spinta" verso i poli che ricevono le fasce anticicloniche subtropicali. Il fenomeno è associato a quella che viene definita "espansione della cella di Hadley".

Ed ecco che, come si può notare nell'immagine, un riscaldamento del pianeta di "soli" 0,57° ha poi effetti ben maggiori nelle aree di maggiore incidenza delle conseguenze ad esso associate: a parte le citate aree artiche, ecco che si sono verificate anomalie di 3-4° in quasi tutte le zone situate, a nord e a sud, intorno alla fascia subtropicale: nell'emisfero boreale in America centrale, nel bacino del Mediterraneo, in medio Oriente, in Cina. A sud si notano anomalie analoghe alla stessa latitudine: Argentina, Sudafrica, Australia occidentale. Aree che sono tutte situate ai limiti esterni delle fasce anticicloniche (vedi parte inferiore dell'immagine), e che per i motivi spiegati possiamo indicare come degli "hot spot" del surriscaldamento globale per temperatura e precipitazioni, così come l'area Mediterranea è stata recentemente definita dall'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr.

L'istantanea  evidenzia come il clima del pianeta sia ormai costantemente "intasato" di un calore che non può dissiparsi a breve termine, e che anzi viene continuamente stimolato da ulteriori emissioni climalteranti, al di là del ruolo massivo (come è sempre più probabile) o parziale che esse hanno nel global warming.