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[ 20 novembre 2009 ] Comunicazione

Digital divide, press divide, information divide?

Alessandro Farulli

LIVORNO. Dove stiamo sbagliando? L'ottavo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione pone il mondo dell'informazione in una posizione piuttosto scomoda, anche se tutt'altro che inaspettata. Non confondano i titoli già apparsi sul dossier perché non è solo la stampa a essere in crisi, ma l'informazione in generale, visto che ci pare piuttosto forzato mettere sullo stesso piano giornali on line, tv, radio con i social network (da facebook a twitter ecc). Nel rapporto si parla della nascita del "press divide" intendo con questa espressione "il divario tra quanti contemplano nelle proprie ‘diete' i media a stampa e quanti non li hanno ancora o non li hanno più".

Verrebbe facile dire, quindi, che i lettori stanno abbandonando progressivamente - forse anche a causa della crisi visto che l'analisi prende in considerazione gli anni dal 2006 al 2009 - la carta stampata e preferiscono i mezzi di informazione on line o tv, ma non è così. E non è così nonostante il digital divide si stia attenuando.

Spiega il rapporto infatti: «che negli ultimi anni le "diete mediatiche" degli italiani hanno subito notevoli trasformazioni. (...), tra il 2006 e il 2009 il numero delle persone che ha un rapporto esclusivo con i media audiovisivi (radio e Tv) rimane praticamente stabile (si passa dal 28,2% al 26,4%), mentre diminuiscono quanti hanno una dieta basata al tempo stesso su media audiovisivi e mezzi a stampa (dal 42,8% al 24,9%).

La somma di questi due gruppi rappresenta il totale di quanti non hanno ancora colmato il digital divide, la cui soglia si collocava nel 2006 al 71% e scende nel 2009 al 51,3%. (...). Se il digital divide si sta attenuando, (...) il press divide invece aumenta, visto che nel 2006 era il 33,9% degli italiani a non avere contatti con i mezzi a stampa, mentre nel 2009 si è arrivati al 39,3% (+5,4%)». Inoltre «emerge che ad aumentare negli ultimi anni l'estraneità all'uso dei mezzi a stampa, peraltro in misura rilevante, sono stati i giovani (+10,0%), gli uomini (+9,9%) e i soggetti più istruiti (+8,2%), quelli cioè da sempre ritenuti il traino della modernizzazione del paese».

Ribadendo che può essere certamente la crisi una spiegazione a quello che sta accadendo, non si può non riflettere (cosa che invece pare nessuno faccia) sul dato che «la lettura di quotidiani a pagamento passa dal 67% al 54,8%, invertendo una tendenza leggermente positiva che si era registrata negli anni immediatamente precedenti al 2007». Da spiegare che questo dato è relativo all'utenza complessiva, «cioè di chi legge un quotidiano almeno una volta la settimana».

Perché se prendiamo in considerazione l'utenza abituale, cioè chi lo legge almeno tre volte la settimana, «si passa dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. Questo significa che, prima della crisi, la metà degli italiani aveva un contatto stabile con i quotidiani, mentre adesso questa porzione si è ridotta a un terzo».

Non solo, «se si pensa - si legge sempre nel rapporto - che in questa quota sono compresi anche i quotidiani sportivi, si può capire quanto la crisi abbia reso ancora più marginale il ruolo della carta stampata nel processo di formazione dell'opinione pubblica nel nostro paese». Anche in questo caso colpa della crisi quindi? Noi non né siamo certi visto che sul rapporto si legge che «questa flessione non è neanche compensata dall'aumento della diffusione della free press, che rimane pressoché stabile (l'utenza passa dal 34,7% al 35,7%), anche se l'incremento registrato tra i lettori abituali più istruiti (dal 17,6% al 21,1%) sembra indicare che ci sia stata una qualche emigrazione dai quotidiani a pagamento a quelli gratuiti proprio tra coloro che, per tradizione, sono sempre stati i lettori più affezionati».

Assai preoccupante per noi che «per quanto riguarda i quotidiani on line, la spiegazione della flessione dell'utenza (dal 21,1% al 17,7%) non è certo di natura economica, ma va rintracciata nell'evoluzione degli impieghi della rete. Si può pensare ad altri tipi di portali non necessariamente informativi, che però riportano anche notizie di cronaca e di costume, ma anche a link e finestre aperte a vario titolo nei blog e nei social network abitualmente frequentati, oltre che ai motori di ricerca e ai programmi aggregatori che rintracciano automaticamente in rete le notizie richieste dall'utente».

Altra botta all'informazione on line, il rapporto dice esplicitamente che : «si sarebbe potuto pensare che, nonostante le difficoltà economiche, negli ultimi due anni fosse notevolmente aumentato l'impiego di internet tra gli italiani. Invece la variazione è minima: dal 45,3% del 2007 si è passati al 47% del 2009. In realtà, la diffusione di internet è strettamente collegata a fattori generazionali e ai livelli di istruzione. Sono i giovani e gli istruiti ad avere familiarità con la rete. Di conseguenza, nel momento in cui internet è diventata familiare a più dell'80% dei giovani e a quasi il 70% dei soggetti più istruiti, si va verso una dimensione di saturazione, e il dato complessivo potrà aumentare solo con estrema lentezza».

Il dossier si conclude affrontando il suddetto tema dei social network che onestamente, ribadiamo, con l'informazione hanno ben poco a che vedere. Comunque il Censis sostiene che «Il web 2.0 si è sviluppato quando le persone hanno cominciato a usare la rete per interagire tra loro e non solo per trovare dati e informazioni: perché hanno capito che internet era lo strumento attraverso il quale si poteva costruire insieme agli altri una conoscenza diffusa (come Wikipedia), trovare opportunità di lavoro e di carriera (LinkedIn), scambiarsi merci (eBay), ma anche informazioni, confidenze o pettegolezzi (Messenger, Facebook e Twitter), oppure video (YouTube) e ogni altro prodotto audiovisivo, quand'anche protetto dal diritto d'autore (eMule). Sono cinque i social network più popolari in Italia: Facebook, noto al 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%)».

Se si considerano soltanto le risposte fornite dal campione dei giovani, le già elevate percentuali raggiungono valori ancora più alti e «si può affermare, dunque, che quella dei social network è una comunità frequentata soprattutto dai giovani».

Che conclusioni trarne? La tv la fa da padrona e il tempo che si dedica prima alla lettura del giornale cartaceo o alla lettura di quello on line, ora lo si usa per cose forse più divertenti come i social network. E l'informazione competente e approfondita? I nostri dati segnano un progressiva crescita ma non esponenziale - quindi il trend è in linea con quanto dice il Censis - e dunque c'è qualcosa che effettivamente non funziona, magari perché ancora si fa troppa fatica (forse) a scegliere nel mare magnum dell'informazione. Noi teniamo duro e cerchiamo di smarcarci con un punto di vista, criticabile per carità, ma che speriamo ci possa distinguere. Ci piacerebbe sapere che cosa ne pensano i lettori, visto che gli altri giornali ci pare che neppure si pongano il problema.