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[ 20 novembre 2009 ] Urbanistica e territorio

Dissesto idrogeologico: la Prestigiacomo ci riprova. Sarà la volta buona?

Lucia Venturi

GROSSETO. La necessità di dover recepire una direttiva europea (la 2007/60) in merito alla conoscenza del rischio idrogeologico e dalla probabilità dell'instaurarsi di eventi alluvionali e franosi potrà forse offrire la sponda al ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo (Nella foto), per portare a casa anche il tanto discusso testo di legge sul dissesto idrogeologico, annunciato all'indomani della tragedia messinese.

Uno schema di decreto che richiedeva la copertura finanziaria di 4 miliardi di euro, concessi per un quarto dal Cipe, ma rimessi in discussione assieme al rinvio del decreto stesso da parte del ministro Tremonti.

Questo decreto andrà adesso in finanziaria, secondo quanto deciso ieri nella seduta del Consiglio dei ministri, che intanto ha però provveduto almeno all'esame preliminare del decreto legislativo di recepimento della direttiva europea relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni.

Una direttiva che va ad integrare la direttiva quadro sulle acque (la 2000/60) e che all'elaborazione dei piani di gestione dei bacini idrografici (previsti dalla direttiva quadro) affianca anche  l'elaborazione dei piani di gestione del rischio di alluvioni che dovranno rientrare nella gestione integrata dei bacini idrografici. Due processi che dovrebbero pertanto sfruttare le reciproche potenzialità di sinergie e benefici comuni, tenuto conto anche del fatto che le autorità competenti a farlo e le unità di gestione potrebbero essere diverse.

La direttiva relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni prevede che gli Stati membri presentino entro il 2011 una valutazione preliminare dei rischi di inondazione dei loro

bacini idrografici, a cui dovrà seguire l'elaborazione entro il 2013 delle mappe delle zone inondabili secondo i diversi periodi di ricorrenza degli eventi e, entro il 2015, l'adozione di piani di gestione del rischio in tali zone.

Nelle misure transitorie è scritto che gli Stati membri possono decidere di non svolgere la valutazione preliminare del rischio entro la data fissata se questa valutazione è già stata completata prima del 22 dicembre 2010, e da cui possono concludere «che esista un potenziale rischio significativo di alluvioni o che si possa ritenere probabile che questo si generi» o nel caso in cui prima di quella data abbia già deciso comunque «di elaborare mappe della pericolosità e del rischio di alluvioni e di stabilire piani di gestione del rischio di alluvioni» conformi alla direttiva stessa. Insomma la direttiva chiede di lavorare in questo settore e nel caso gli stati membri lo stiano già facendo di muoversi nell'alveo delle disposizioni comunitarie.

Norma di cui priverà ad avvalersi l'Italia, che - nonostante sia già tardi- sta cercando di correre ai ripari. Da un seminario nazionale di Ispra del marzo di quest'anno era emerso che per quanto riguarda il nostro paese, sulla base di un questionario diffuso ad Autorità di Bacino e Regioni (cui hanno risposto per il 98%) gli enti intervistati sono «attivi nella mappatura della pericolosità da alluvione, almeno per quanto riguarda il reticolo principale o per buona parte di esso. Non tutte, al contrario, hanno effettuato la mappatura del rischio». Pertanto «la mappatura del rischio idraulico in Italia deve ancora essere completata. E presenta una forte disomogeneità, problema tuttavia riscontrato anche per la mappatura della pericolosità». Inoltre «l'89% delle Autorità di Bacino non ha tenuto conto degli effetti dei Cambiamenti climatici nella definizione degli scenari di rischio».

Quindi un quadro che fa emergere in tutta la sua drammaticità, viste le continue disgrazie che si ripetono sul nostro territorio, il ritardo con cui si affrontano, anche in termini di conoscenza, i problemi legati alla difesa del suolo e alla corretta pianificazione dei bacini idrografici sia per difendere la qualità delle acque sia per difendere dalle acque la popolazione.

A cui si cerca di dare risposta in maniera che appare quanto meno abborracciata  nel tentativo di recuperare sul tempo perduto. Non è un caso che anche la direttiva quadro sia stata recepita in ritardo e male dal nostro paese.

E il pasticcio che sta emergendo tra decreti ad hoc che non trovano collocazione stabile né tantomeno risorse di copertura e schemi di recepimento di direttive - tra l'altro  in ritardo sulla tabella di marcia- che si accavallano su questi la dice lunga sull'importanza che a certi temi attribuisce questo governo.

L'auspicio è che almeno lo schema di decreto legislativo esaminato ieri in via preliminare dal  Consiglio dei ministri riesca a colmare un vuoto, che ha riflessi purtroppo tragici, rientrando tra l'altro nei tempi più brevi previsti.

Nello schema di decreto si  prova infatti ad incardinare i tre pilastri della direttiva, valutazione preliminare dei rischi di inondazione, elaborazione delle mappe delle zone inondabili e l'adozione di piani di gestione del rischio in tali zone, scansionati nell'arco di tempo che va dal 2011 al 2015,  in un "piano di gestione" che dovrà servire ad evitare o a ridurre gli impatti negativi delle alluvioni da utilizzare entro il 2011. Un piano che poggia su tre elementi: la prevenzione del rischio, la protezione dal rischio e la preparazione, compresa quella delle popolazioni interessate, tanto che attribuisce queste funzioni alle autorità distrettuali di bacino e alla protezione civile. Un sistema - come si legge nella  relazione di accompagnamento del testo - che «consentirà all'Italia di disporre, per l'intero territorio nazionale, prima della data del 22 dicembre 2010 imposta dalla direttiva, delle mappe della pericolosità e del rischio di alluvioni richieste dalla stessa direttiva». Sempre entro tale data, l'Italia potrà dotarsi anche dei piani di gestione del rischio di alluvioni visto che sia i piani per l'assetto idrogeologico (Pai) che il Sistema di allerta nazionale «già contengono gli elementi che la direttiva 2007/60/CE richiede».