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[ 25 novembre 2009 ] Energia

Obama conferma l'accordo nucleare con l'India

Umberto Mazzantini

LIVORNO. «Gli Stati Uniti saranno pienamente determinati a finalizzare un accordo sul nucleare concluso con l'India nel 2005» lo ha detto Barack Obama al primo ministro indiano Manmohan Singh in visita a Washington che è tornato a casa con l'assicurazione che il patto nucleare stipulato con Geroge W. Bush, che è costato la rottura del governo con i comunisti e la sinistra indiana, non verrà abbandonato o rivisto dal nuovo presidente democratico.

«Ho riaffermato al primo ministro - ha detto Obama - l'impegno della mia amministrazione a rispettare pienamente l'accordo sul nucleare civile concluso tra gli Stati Uniti e l'India, che favorisce le esportazioni americane e la creazione di posti di lavoro nei due Paesi».

Il nucleare che ad Obama non piace (troppo) in patria va bene all'estero, soprattutto se è possibile usarlo come arma di scambio per un allineamento delle posizioni indiane sul clima a quelle sino-americane e per rinsaldare il bastione indiano a ridosso dell'Afghanistan dove gli Usa stanno per inviare altre decine di migliaia di soldati ed ancor più a puntellare i confini di un Pakistan che potrebbe esplodere con conseguenze inimmaginabili.

Il matrimonio di interessi nucleare tra Usa ed India continua dopo che l'allora presidente George W Bush firmò nel 2006 a New Delhi la fine di un lungo "isolamento" nucleare dell'India che durava (con molte falle) dai suoi esperimenti nucleari del 1974 che dettero il via alla competizione delle bombe atomiche con il Pakistan. Una firma molto generosa, visto che l'India non ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare.

Forse anche per questo Singh ha detto con una bella faccia tosta ad Obama: «Dovremo cooperare per lottare contro il terrorismo, rendere il nostro ambiente più pulito ed avanzare verso un mondo senza armi nucleari».

Ma se le prime due petizioni di principio sembrano accettabili dagli indiani alle prese col terrorismo islamico-kashmiro e la guerriglia naxalita maoista interna e con le conseguenze della loro crescita, sarà difficile che l'India disarmi davvero i propri missili nucleari, diventati ormai uno degli elementi simbolici centrali dell'orgoglio nazionale da nuova potenza. Forse Singh, come fanno sempre tutte le potenze già nucleari, pensa che la non proliferazione riguardi solo gli altri.

E' anche vero che l'accordo con gli Usa prevede una separazione tra i programmi nucleari civili e militari indiani e che New Delhi ha autorizzato ispezioni internazionali nella maggior parte (ma non in tutte) delle sue centrali nucleari per evitare la proliferazione, ma è anche vero che molti degli impegni presi restano ancora da attuare prima di poter mettere in opera l'accordo indo-americano.

Quel che balza agli occhi è la disparità di trattamento tra un Paese come l'India che è diventato una potenza nucleare civile e militare contro tutto e tutti (e con il generoso aiuto dell'Unione Sovietica) e le sanzioni contro l'Iran che almeno aderisce al Trattato di non proliferazione. Diversi parlamentari democratici americani al tempo di Bush si erano opposti all'accordo nucleare con l'India dicendo che era un pessimo segnale proprio per altri Paesi come l'Iran che avrebbero potuto seguire così il criticato ma mai sanzionato percorso indiano per arrivare a dotarsi delle armi nucleari.

Ma prima Bush e poi Obama hanno troppo bisogno di chiudere le storie indiane della guerra fredda per aprire una nuova strategia che faccia dell'India un alleato forte ed affidabile dell'America, anche in funzione anti-cinese.

Obama si è sperticato in elogi per l'India, ricordando la comune esperienza democratica ed addirittura evocando il comune passato coloniale britannico dal quale i due Paesi si sono liberati, così come il doloroso presente fatto di terrorismo islamico internazionale.

Il presidente Usa ha detto a Singh che occorre una maggiore cooperazione «per costruire un avvenire di sicurezza e prosperità per tutti i Paesi. Mentre stiamo lavorando per costruire il nostro futuro, l'India è indispensabile».

Singh, visibilmente soddisfatto, ha risposto che «L'India e l'America sono separate dalla distanza, ma legate dai valori della democrazia, dell'umanesimo, dello stato di diritto e dal rispetto dei diritti umani fondamentali», una cosa quest'ultima sulla quale molti in India avrebbero molto da dire, a cominciare dai dalit e dai popoli tribali, dai contadini poverissimi e impoveriti dalle multinazionali o dai cristiani massacrati dagli estremisti indù.

Comunque, l'India vuole «Allargare ed approfondire il partenariato con gli Usa per rilevare le sfide di un mondo che cambia rapidamente in questo XXI secolo». E le sfide di cui hanno discusso Obama e Singh sono da far tremare i polsi: terrorismo, crisi economica, l'Afghanistan e il Pakistan ormai fuori controllo, il cambiamento climatico con Copenhagen che si avvicina e il post-Kyoto che si allontana, le relazioni bilaterali tra due grandi potenze e probabilmente il "pericolo" cinese.

Un po' di tecnologia nucleare americana riuscirà a rinsaldare questa nuova alleanza, aspettando il prossimo giro di alleanze planetarie nel mondo multipolare in assestamento ereditato da Obama.