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[ 23 luglio 2009 ] Economia ecologica

Oltre il Pil, Giovannini (Ocse) a greenreport: serve una nuova "narrativa" politica

Riccardo Mostardini

FIRENZE. E' piuttosto evidente come, una volta che davvero il Pil venisse sostituito o affiancato da indicatori di qualità ambientale e sociale nelle valutazioni (e quindi nelle azioni, nelle dichiarazioni, finanche nelle operazioni di propaganda) politiche e nelle conseguenti cronache dei media, non avremmo raggiunto la sostenibilità senso strictu, ma decisamente ci saremmo avvicinati ad avere almeno gli strumenti per praticarla.

Come già detto, però, il problema è evolvere una discussione in una decisione, cioè compiere quel salto di qualità che, dal punto di vista storico, ancora serve per superare l'onnipresenza del Pil. La questione, che per decenni è rimasta sostanzialmente confinata nei salotti e nelle sale congressi, potrebbe ricevere un'improvvisa accelerazione nei prossimi mesi, in conseguenza di due eventi molto significativi: la ventura pubblicazione della relazione finale della commissione Stiglitz (creata dal presidente francese Sarkozy, a cui tra gli altri prendono parte lo stesso Stiglitz e l'indiano Amartya Sen), e il 3° Forum plenario del "Global Project on Measuring the Progress of Societies", che si terrà in Sud-Corea nell'autunno 2009. Ne abbiamo parlato con Enrico Giovannini (Nella foto), ordinario di Statistica economica a Tor Vergata e capo statistico dell'Ocse che ha partecipato al congresso Isqols in corso a Firenze. Di Giovannini si parla anche come possibile prossimo presidente dell'Istat.

Giovannini, quali step mancano per passare concretamente dalla dittatura del Pil all'affermazione mediatica e politica di nuovi indicatori?

«Cosa manca? Probabilmente tre cose. Prima di tutto serve un'affermazione forte che indichi che bisogna passare da uno schema concentrato sulla produzione (di cui il Pil è espressione) ad uno basato su un altro concetto: il benessere. Nessuno, nemmeno il suo creatore, ha mai pensato che il Pil sia un indicatore del benessere, ma lo diventa ancora meno nel momento in cui la produzione cresce oltre un certo livello. Manca quindi un riconoscimento sul piano concettuale-teorico riguardo a su quale misurazione occorra concentrarsi.

La seconda cosa che manca è una produzione di dati che alimentino una diversa "narrativa" politico-mediatica: il Pil è pubblicato trimestralmente, in alcuni paesi ogni mese. E ci sono due annunci, tipicamente: quello dei dati preliminari, e quello definitivo. E' difficile controbilanciare questo meccanismo se i dati su ambiente e benessere sono pubblicati, come avviene da noi, annualmente. Serve quindi una maggiore tempestività dei dati di cui discutiamo.

Il terzo elemento mancante è un mutamento di attenzione da parte dei media, che pubblicano continuamente dati su borsa, finanza eccetera e non su ambiente, sanità, educazione. La buona notizia, comunque, è che nelle prossime settimane, con la pubblicazione del rapporto della commissione Stiglitz (che uscirà ai primi di settembre) e di quello sulla "Tassonomia del progresso" da parte dell'Ocse, vedremo quanto saremo vicini ad un effettivo consenso sulle mosse da farsi. Almeno, sarà così se i media daranno la necessaria copertura».

Se e quando davvero si arriverà alla fine della dittatura del Pil, avverrà per una forma di "decreto" dell'Onu, o ci possono essere altre strade?

«Beh, non esiste nessun decreto Onu che abbia sancito l'obbligo di pubblicare il Pil. Non dobbiamo dimenticare che il Pil è stato creato su richiesta della politica, per misurare e sottolineare la ripresa dopo la grande depressione degli anni '30.

Quello che cambierà tutto è il momento in cui i politici cominceranno a usare una "narrativa" diversa: e la crisi attuale, in questo senso, è un'opportunità unica. La ripresa sarà molto lenta, e avrà a lungo bassi tassi di crescita: e i politici, allora, che cosa prometteranno per essere apprezzati dall'elettorato? Guardiamo a Obama, che fin dai tempi della campagna elettorale parla sempre di progresso. Allora, forse proprio grazie a Stiglitz, all'Ocse e al convegno di Busan (Sud Corea, nda) del prossimo autunno, riusciremo a far capire che serve, appunto, una "nuova narrativa".

L'Ocse ha parlato di "crescita verde", ma anche di benessere: ecco che il messaggio sta filtrando negli apparati decisionali, ma per trasformarlo in narrativa politica ci vuole la... volontà politica. Quindi è la domanda a produrre evoluzione, non solo l'offerta.

Una delle raccomandazioni che uscirà dalla commissione Stiglitz verterà sul fatto che, se vogliamo usare un indicatore delle condizioni economiche che conducono al benessere, non dobbiamo usare il Pil, ma il Reddito netto disponibile per le famiglie al netto dei servizi ricevuti. E' quello che, in parole povere, va in tasca alle famiglie in beni e/o servizi: negli ultimi dieci anni il tasso di crescita annua di questo indicatore è stato la metà del Pil (0,3 contro 0,7, in media), e concentrarsi su questo permetterebbe di avere un indicatore più vicino alla vita reale delle persone, e quindi anche una migliore percezione "dal basso" dell'effettivo andamento economico».

Nei corridoi del congresso dell'Isqols si mormora che il gruppo dirigente dell'Onu sia scettico sull'utilità di impiegare risorse economiche e logistiche per la ricerca sugli indicatori alternativi. Cosa ci può dire a riguardo?

«E' vero che la direzione statistica dell'Onu ha espresso riserve, ma non tanto sui concetti, ma sulle priorità. Il problema è che in molti paesi, e in particolare in quelli in via di sviluppo, le risorse per la statistica sono limitate, soprattutto per quanto riguarda le esigenze di monitoraggio internazionale. L'Onu è preoccupata che ciò spinga gli istituti di statistica a dedicarsi ad altri tipi di analisi. Come Ocse sosteniamo un approccio "Bottom-up", cioè dal basso, che prevede che siano le singole nazioni a rilevare ciò che preferiscono, anche se da questo possono sorgere dei problemi di uniformazione tra le diverse contabilità.

La vera risposta è che vanno fatte entrambe (cioè sia la ricerca bottom-up che quella up-down, in cui sono gli organismi sovra-nazionali a dare indicazioni sui filoni di ricerca, nda), e che quindi servono più risorse per la statistica: il trade-off, cioè la scelta di approfondire alcuni parametri a scapito di altri, nasce dalle risorse limitate».