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[ 12 agosto 2009 ] Economia ecologica

L'incertezza e la sostenibilità

Alessandro Farulli

LIVORNO. Se sei incerto tieni aperto. La massima è dei motociclisti dove l'incertezza è riferita al come affrontare un difficile tratto di corsa e l'apertura è quella del gas. In sostanza: nel dubbio, accelera. Non funziona per tutto, anzi quasi per niente, ma declinando la metafora sulla situazione economica-politica-ecologica giocare in difesa,

lo sosteniamo da tempo, non serve a granché. Lo dice anche Giacomoo Vaciago sul Sole24Ore di ieri: «Il vero problema a questo punto è come si fa a fare politica economica, se c'è tanta incertezza». E per lui sono tre le principali possibilità: «La prima soluzione riprende un teorema ben noto della macroeconomia, dovuto all'economista americano William Brainard. Il teorema (del 1967) recita che la dimensione ottimale dell'intervento è inversamente proporzionale all'incertezza: meno sai, e meno fai. È il tipico comportamento di chi è molto avverso al rischio: nel dubbio, non fare nulla».

La seconda soluzione «si propone di fare solo quegli interventi utili anche in condizioni di grande incertezza, perché vengono attivati solo se e quando servono. Pensiamo a tutta l'area degli stabilizzatori automatici che entrano in funzione in relazione al bisogno. Riguardano tradizionalmente l'occupazione (come nel caso della Cassa integrazione guadagni) ma possono essere estesi, sempre con logiche di tipo assicurativo, a una classe di eventi ben più ampia che va dalle perdite aziendali alle sofferenze sui crediti, e così via. Con questa logica, l'incertezza è meno grave perché sono comunque ridotte le conseguenze negative degli eventi peggiori (se si verificano!)».

La terza soluzione: «è la più ambiziosa perché vuole direttamente ridurre l'incertezza e non solo contrastarne le conseguenze negative. Ciò richiede che le previsioni, o le congetture, siano trasformate in obiettivi e che a tal fine la politica economica semplicemente faccia tutto ciò che serve per garantire il risultato. Facile a dirsi, ma perché allora non lo facciamo? La ragione è semplice: quando la crisi è non solo grave ma globale - come lo è la contrazione dell'industria, che in tutto il mondo si è verificata a partire dal settembre scorso - allora il problema vero non è dato dall'incertezza, ma dalla sovranità».

«In altre parole - aggiunge - ciascun livello di governo nazionale è insufficiente di fronte alla dimensione del problema e quindi, se non c'è un "gioco cooperativo" che porti a unire le forze di ciascun governo, i provvedimenti adottati avranno efficacia ridotta il cui integrale diventerà significativo solo molto lentamente».

 Questa terza ipotesi a noi piace perché allude alla governace globale che noi da tempo indichiamo come una possibile soluzione alla altrettanto globale crisi ecologica-economica-sociale. Le altre non rispondono che in parte alle enormi problematiche globali - compresa l'eccessiva finanziarizzaione dell'economia di cui non ci sembra se ne parli abbastanza - con conseguenze tragiche, appare evidente, oltre ovviamente sull'occupazione nei paesi occidentali in primis su paesi in via di sviluppo. Le cui materie prime fanno sempre più gola al mondo intero e saranno sempre più causa dei conflitti futuri, oltre al fatto che questi paesi saranno pure quelli che subiranno per primi i cambiamenti climatici.

Il quadro lo ha chiarito assai bene Tommaso Padoa-Schioppa nell'editoriale di ieri "Economia e politica due nuovi quesiti" sul Corriere della Sera ragionando sulla crisi e la sua eredità: «L'espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché è la somma di due dinamiche: la grande crescita degli Stati Uniti e di altri Paesi ricchi, e lo stupefacente decollo di molte economie povere, Cina e India in particolare. Le due dinamiche erano fortemente connesse e hanno a lungo vissuto l'una dell'altra. Molti dei beni acquistati dai ricchi erano prodotti dai poveri, i quali li cedevano a credito. La finanza riconnetteva il tutto su scala mondiale. Questo tempo di vacche grasse (che tuttavia non ha saputo trarre circa un miliardo di esseri umani affamati dall'orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili) finisce nel 2007 - aggiunge - e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato. Tuttavia, sappiamo quanto diverse fossero le due dinamiche e, di conseguenza, siano oggi le due uscite dalla crisi».

Ed eccoci al punto: «La crescita dei Paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: di gente che camminava scalza, che in casa non aveva acqua corrente, elettricità o servizi igienici (...). La crescita dei Paesi ricchi, invece, era largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione di beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante. Tutte cose cui si può in gran parte rinunciare. Ora, dopo la crisi, forze vigorose spingono, giustamente, al mantenimento di una dinamica e al rallentamento dell'altra. Giorni fa abbiamo suggerito che la crescita dei ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, è destinata a fermarsi o a rallentare fortemente (...). La crescita dei poveri, invece, può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato».

Da qui la domanda: «È possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un'economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di dire questa verità ai propri elettori-cittadini? Questa è la sfida per la politica economica nel tempo che ci aspetta. Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per gli economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica)».

L'ex ministro aggiunge che «sono quesiti nuovi senza risposte pronte» ma mentre è vero che le risposte non sono esattamente pronte, che sia nuovo come quesito proprio non ci trova d'accordo. Il sistema che ha portato alla crisi e al non sviluppo o al limitato sviluppo dei Pesi cosiddetti proprio in via di sviluppo viene criticato da tempo, ma che si è opposto non è stato ascoltato. Esistono leader in grado di dire questa verità ai propri cittadini-elettori? Sì, Obama ne è buon esempio e nonostante le critiche possibili, qualche ritardo nelle promesse fatte e alcuni compromessi forse troppo al ribasso, sta almeno mandando questo messaggio.

Certo gli Usa sono ancora un Paese largamente imperialista, ma qualcosa sta cambiando davvero. Anche la politica interna del governo a Stelle e Strisce lo dimostra se persino Paul Krugman, molto critico nei confronti di Obama nelle scorse settimane e mesi, oggi (vedi Repubblica) gli riconosce dei gran meriti per aver frenato la caduta dell'economia americana e pone inoltre una pietra tombale sul reganismo: «Aveva torto: talvolta il problema è il privato e il governo è la soluzione».

Siamo all'alba (speriamo) di un nuovo paradigma economico - è la nostra riposta ai due nuovi (non tanto) quesiti posti da Padoa-Schioppa - fondante e fondato sull'economia ecologica. Sulla riduzione dell'impatto antropico e quindi dei flussi di materia e di energia. Che valorizzi la biodiversità, anche degli esseri umani (Obama ne è un esempio vivente), che non dissipi le risorse naturali. Un nuovo mondo, una nuova economia con i piedi per terra a servizio dell'uomo che ridistribuisca la ricchezza davvero e che non renda più una parte (molto grande del mondo) la fonte di approvvigionamento e la discarica dell'altra (molto piccola e piuttosto ipocrita). Puntare sulle energie rinnovabili invece che sul carbone o sul petrolio e sul nucleare significa proprio questo: aggirare uno dei motivi (l'energia) per i quali si stanno combattendo e si combatteranno le guerre sul pianeta. Nell'incertezza dei tempi teniamo dunque aperto verso la strada della sostenibilità.