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[ 17 agosto 2009 ] Clima | Energia

Fidel Castro, l'economia e il cambiamento climatico

Fidel Castro Ruz

LIVORNO. Il vecchio e malato leader cubano di Fidel Castro Ruz ha scritto per Cubadebate questo intervento pubblicato con il solito grande rilievo anche sul sito dell'Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra America (Alba ) che unisce tutti gli Stati governati dalla sinistra "rivoluzionaria" latinoamericana. Ve lo proponiamo come contributo per capire lo sguardo diverso sul mondo che hanno i Paesi in via di sviluppo e il perché Fidel Castro, nonostante la dittatura e le difficoltà economiche di Cuba, rappresenti ancora un esempio ed una voce molto ascoltata in Sudamerica e tra i popoli dei Paesi più poveri.

Una giusta causa da difendere e la speranza di andare avanti

Durante le ultime settimane il presidente degli Stati Uniti si è impegnato a dimostrare che la crisi sta cedendo come frutto dei suoi sforzi per affrontare il grave problema che gli Usa e il mondo  hanno ereditato dal suo predecessore.

Quasi tutti gli economisti fanno riferimento alla crisi economica che iniziò nell'ottobre del 1929. La precedente c'era stata alla fine del XIX secolo. La tendenza abbastanza generalizzata nei politici nordamericani è quella di credere che una volta che le banche dispongono di dollari sufficienti per ingrassare la macchina dell'apparato produttivo, tutto marcerà verso un idilliaco mondo mai sognato.

Dalla fine della prima guerra mondiale il dollaro, sulla base del gold standard, ha sostituito la sterlina britannica, date le immense somme di oro che il Regno Unito spese nel conflitto. La grande crisi economica negli Stati Uniti ci fu appena 12 anni dopo quella guerra.

Franklin D. Roosevelt, del Partito Democratico, che vinse in gran parte grazie alla crisi, come Obama con la crisi attuale. Seguendo la teoria di Keynes, immettendo denaro in circolazione, ha costruito opere pubbliche come strade, dighe e altre di indiscutibile beneficio, il che aumentò la spesa, la domanda dei prodotti, l'occupazione e Pil per anni, però non ottenne fondi stampando banconote. Li ottenne con le tasse e con parte del denaro depositato nelle banche. Vendendo obbligazioni degli Stati Uniti con interessi garantiti che li resero attraenti per gli acquirenti.

L'oro, il cui prezzo nel 1929 era a 20 dollari l'oncia, Roosevelt lo portò a 35 dollari come garanzia interna delle banconote degli Stati Uniti. Sulla base di la base di questa garanzia in oro fisico, ci fu l'accordo di Bretton Woods nel luglio 1944, che dette al poderoso Paese il privilegio di stampare moneta convertibile quando il resto del mondo era rovinato. Gli Stati Uniti possedevano più dell'80% dell'oro del mondo.

Non è necessario ricordare quel che accadde dopo, dalle bombe atomiche lanciate sopra Hiroshima e Nagasaki - si sono appena compiuti i 64 anni da quel genocidio - fino al colpo di Stato in Honduras e le 7 base si militari che il governo degli Stati Uniti si propone di installare in Colombia.

La realtà è che nel 1971, sotto l'amministrazione di Nixon, il gold standard fu soppresso e la stampa illimitata di dollari si convertì nelle più grande truffa dell'umanità. In virtù del privilegio di Bretton Woods, gli Stati Uniti, sopprimendo unilateralmente la convertibilità, pagano con la carta i beni ed i servizi che acquistano in tutto il mondo. E' vero che in cambio di dollari offrono anche beni e servizi, però è anche vero che dal momento dell'abolix zione del gold standard, la banconota di questo paese, che si contabilizzava a 35 dollari l'oncia, ha perso di quasi 30 volte il suo valore e 48 volte quello che aveva nel 1929. Il resto del mondo ha soffero le perdite, le sue risorse naturali e il si uo denaro hanno finanziato il riarmo e sostenuto in gran parte le guerre dell'impero. Basta segnalare che la quantità di obbligazioni somministrate ad altri Paesi, secondo calcoli al ribasso, supera la cifra de 3 milioni di milioni di dollari e il debito pubblico, che continua a crescere, sorpassa la cifra di 11 milioni di milioni.

L'impero e i suoi alleati capitalisti, mentre sono in competizione tra loro, hanno fatto credere che i metodi anticrisi costituiscono la formula salvifica. Però Europa, Russia, Giappone, Corea, Cina ed India non raccolgono fondi vendendo buoni del tesoro né stampando banconote, ma applicano altre formule per difendere le loro monete ed i loro mercati, a volte con grande austerità da parte delle loro popolazioni. La immensa maggioranza dei Paesi in via di sviluppo di Asia, Africa e America Latina è quella che paga i piatti rotti, fornendo risorse naturali non rinnovabili, sudore e vite.

Il Tlcan (trattato di libero scambio del Nordamerica, ndr) è l'esempio più chiaro di quello che può succedere con un Paese in via di sviluppo nelle fauci del lupo: nell'ultima riunione il Messico non ha potuto ottenere né soluzioni per gli immigranti negli Stati Uniti, né permessi per viaggiare senza visto in Canada.

Comunque, in piena crisi prende vigore la più grande zona di libero scambio nel mondo: l'Organizzazione mondiale del commercio, che è cresciuta, sulle note del neoliberismo trionfante, nel pieno apogeo della finanza mondiale e dei sogni idilliaci

Dall'altra parte, la Bbc World ha detto l'11 agosto che mille funzionari delle Nazioni Unite riuniti a Bonn, Germania, hanno dichiarato che cercano la strada per un accordo sul cambiamento climatico a dicembre di quest'anno, però il tempo si sta esaurendo.

Yvo de Boer, il funzionario di maggior rango della Nazioni Unite per il cambiamento climatico, ha detto che mancavano 119 giorni per il summit e che ci sono «Un'enorme quantità di interessi divergenti, scarso tempo di discussione, un documento complicato sul tavolo (200 pagine) e problemi di finanziamento. Le nazioni in via di sviluppo insistono che la maggior parte dei gas che producono l'effetto serra proviene dal mondo industrializzato».

Il mondo in via di sviluppo pone la necessità di aiuti finanziari per far fronte agli effetti del clima.

Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che «Se non si adottano misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici, possono portare alla violenza ed a disordini di massa in tutto il pianeta. Il cambiamento climático intensificherà siccità, inondazioni ed altri disastri naturali. La scarsità d'acqua colpirà centinaia di milioni di persone. La malnutrizione annienterà gran parte dei Paesi in via di sviluppo».

In un articolo del New York Times dello scorso 9 agosto si spiegava che «Gli analisti vedono nel cambiamento climatico una minaccia per la sicurezza nazionale. Queste crisi - continua l'articolo - provocate dal clima potrebbero rovesciare governi, stimolare movimenti terroristi o destabilizzare intere regioni, dicono gli analisti del Pentagono e le agenzie di intelligence che per la prima volta stanno studiando le implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza nazionale. "Diventa molto complicato molto rapidamente", ha detto Amanda J. Dory, segretario aggiunta della difesa per la strategia, che lavora e con un gruppo del Pentagono destinato a incorporare i cambiamenti climatici nella pianificazione della strategia di sicurezza nazionale».

Dall'articolo del New York Times si deduce che tuttavia anche in Senato non tutti sono convinti che questo sia un problema reale, finora totalmente ignorato dal governo degli Stati Uniti, dopo che è stato approvato 10 anni fa a Kyoto.

Alcuni dicono che la crisi economica è la fine dell'imperialismo; forse questo si realizzerà, altrimenti sarà molto peggio per la nostra specie.

A mio parere è sempre meglio avere una giusta causa da difendere e la speranza di andare avanti.