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18/12/2008Aria
 
Nanogrammi e diossine, va avanti il braccio di ferro Ilva-Vendola
LIVORNO. Martedì il consiglio regionale della Puglia ha varato una legge che impone il limite massimo delle emissioni alle diossine all’Ilva di Taranto, principale responsabile di questo tipo di emissioni in regione (e che secondo il registro europeo delle emissioni inquinanti rappresentavano nel 2004 circa l´83% del totale delle emissioni dichiarate in Italia). Già oggi la stessa azienda fa sapere che quei limiti non saranno tecnicamente possibili da rispettare.

Continua così il braccio di ferro tra la regione Puglia e l’Ilva che vede tra i protagonisti anche il ministero dell’ambiente che ha critica il presidente pugliese Niki Vendola e il nuovo provvedimento approvato.

Il disegno di legge adotta in pratica i criteri contenuti nel Protocollo di Aarhus, approvato dal Consiglio dell´Ue nel 2004 e recepito da 16 paesi dell´Unione ma non dall´Italia. I nuovi limiti imposti dalla Puglia per gli impianti in esercizio sono 2,5 nanogrammi a metro cubo di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani dal prossimo mese di aprile fino ad arrivare a 0,4 dal 31 dicembre del 2010. I limiti previsti dalla legge nazionale sono invece attualmente di 10 nanogrammi metro cubo.

Le diossine sono sostanze tossiche ampiamente diffuse e molto eterogenee, prodotte in principale modo da alcune attività tra cui gli impianti di agglomerazione dell´industria siderurgica e gli inceneritori di rifiuti di vecchia tecnologia, ma non esiste una legislazione univoca che regoli le loro emissioni sia a livello comunitario che nazionale.

In particolare vi è una notevole disomogeneità tra quanto previsto per gli impianti di incenerimento per cui valgono limiti molto restrittivi (0,1 nanogrammi/metro cubo intesi come tossicità equivalente, ovvero come sommatoria di alcune specie di composti ritenuti altamente tossici) e per quanto invece previsto per gli altri impianti emettitori, per cui vale appunto il protocollo approvato ad Aarhus dal Consiglio dell’Unione europea che richiede lo stesso tipo di valutazione in termini di tossicità equivalente i cui limiti massimi previsti sono di 0,4 nanogrammi/ metro cubo.
Gli altri regolamenti europei si concentrano più che sui livelli di emissione dei vari impianti, sulle concentrazioni massimi ammissibili nei prodotti alimentari e in quelli destinati all’alimentazione animale.

L’Italia si è uniformata alla normativa europea per quanto riguarda le regolamentazione delle emissioni delle diossine per gli impianti d’incenerimento, ma non è intervenuta invece con l’adeguamento dei limiti agli impianti, avvalendosi della possibilità di adeguarsi a tali limiti entro il 2012, come precisa in una nota il ministro dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo: «I limiti di emissione per diossine e furani (0,4 ng a metro cubo) sono previsti dal Protocollo di Aarhus oggetto della decisione del consiglio dell´Unione Europea 2004/259/CE del 19 febbraio 2004. Nell´annesso VI del Protocollo si prevede che i termini per l´applicazione dei valori limite per le fonti fisse sono fissati in 8 anni dall´entrata in vigore della Decisione, cioè nel 2012».

I limiti previsti nel nostro paese rimangono quindi a 10 nanogrammi metrocubo e non fanno riferimento al criterio della tossicità equivalente ma all’intero gruppo delle diossine emesse, fatta eccezione per la regione Friuli Venezia Giulia, dove viene applicato il limite "europeo" per la diossina di 0,4 nanogrammi a metro cubo (come indice di tossicità equivalente) per l´impianto di agglomerazione di Servola, a pochi chilometri da Trieste.
Ed è a questa legge che fa riferimento quella appena varata dalla Puglia.

Nel frattempo riguardo all’Ilva di Taranto, anche su richiesta della Commissione Ue, per soddisfare i requisiti della direttiva sulla prevenzione e la riduzione integrale dell´inquinamento (direttiva IPPC) si è intervenuti con un accordo di programma tra ministero, Regione e Ilva per ridurre del 50% delle emissioni.

Quello che – secondo l’azienda di Taranto- è possibile con le attuali tecniche e che porterebbe quindi ad «abbasare il valore limite degli attuali 7 nanogrammi – dice il gruppo Riva- sino al 50% e non fino a 2,5 nanogrammi per metro cubo entro il il 31 marzo» e tantomeno «a o,4 nanogrammi entro il 31 dicembre 2010». L’azienda auspica «che la legge non rappresenti un ostacolo per il rilascio dell’autorizzazione ambientale integrata, una volta raggiunti gli obiettivi (inseriti nell’accordo di programma ndr) di adeguamento dello stabilimento alle Bat (migliori tecniche disponibili ndr)».

Quindi il braccio di ferro continua con il governatore Vendola che si dice pronto a difendere il provvedimento adottato davanti a qualsiasi giudice e in qualsiasi sede, e che chiede al governo di stringere un «patto per il futuro ambientale di Taranto» e il ministro all´Ambiente, Stefania Prestigiacomo che risponde di essere «esterrefatta» dall´iniziativa della giunta pugliese.

Una situazione che in assenza di sanzioni cogenti per le inadempienze rischia di avere l’effetto stigmatizzato dal ministro dei rapporti con le regioni ed ex governatore della Puglia, Raffaele Fitto quando dice «che l’Ilva andrà avanti» non cogliendo l’opportunità delle ulteriori misure restrittive imposte per fare quello che anche in altri paesi è stato fatto come sottolinea anche la Fiom che scrive in un suo documento presentato proprio a Taranto, quando scrive: «Se la siderurgia, italiana ed europea, vuole continuare ad avere un ruolo industriale guida, deve proseguire ad innovare nei processi e nei prodotti, deve mettere in atto politiche lungimiranti, per attenuare gli impatti ambientali e, per quanto riguarda le produzioni, mirare soprattutto all’incremento della qualità di prodotti ad alto valore aggiunto, piuttosto che delle quantità».


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  in collaborazione con
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