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27/09/2007Comunicazione
 
Serre di alghe contro l’effetto serra?
LIVORNO. Ne avevamo già parlato su greenereport qualche tempo fa, ma forse ora l’uso di alghe per catturare CO2 potrebbe davvero cambiare la percezione di questi organismi, finora visti come un effetto dell’inquinamento agricolo e causa di maree rosse, irritazioni cutanee, diminuzione di ossigeno nel mare e morte la fauna acquatica. Invece il potenziale delle alghe di assorbire gas serra e mitigare il riscaldamento globale potrebbe risultare utilissimo per evitare catastrofi ambientali. Come le piante, le alghe consumano anidride carbonica e i ricercatori dell’università Jacobs di Brema, in Germania, hanno scoperto che prendendo le alghe dal mare, mettendole in una serra ben esposta alla luce e alimentandole con la CO2 emessa da generatori elettrici convenzionali, le alghe trasformano l’anidride carbonica in biomassa che può essere utilizzata come biodisel che non emette gas serra.

Si tratta del Greenhouse gas mitigation project (Ggmp, nella foto), coordinato dal biogeologo Laurenz Thomsenpor Thomsen, con la cooperazione di: università superiore politecnica di Brema, Istituto Alfred Wegener per la ricerca marina e varie aziende, come E.ON sales & trading GmbH, la più grande compagnia di energia a capitale privato in Europa. Thomsen ha battezzato "Algenreactor" la piccola serra sperimentalein funzione all’università Jacobs, che sta già producendo ogni ora mezzo litro di biodisel.

«Il diesel che raffiniamo qui è assolutamente organico – spiega il biogeologo – Soddisfa le norme europee. Confido che potremo passare ad una fase industriale nei prossimi mesi». Per far questo bisognerà costruire una serra certamente molto più grande di quello di 100 metri quadri di quello oggi in funzione a Brema: secondo Thomsen, la superficie capace di assorbire la CO2 prodotta da un generatore di 350 megawatt e di trasformarla in biodisel, dovrebbe essere di circa 25 chilometri quadrati, con un costo di 480 milioni di dollari.

Un’area ed un costo non piccoli per il “reattore a base di alghe”, ma che secondo i ricercatori tedeschi è piccola se rapportata alle aree usate per ottenere biodisel e ridurre i gas serra con le coltivazioni tradizionali che hanno dimensioni simili, mentre una piantagione di colza delle stesse dimensioni può costare 25 volte di più. Ma il progetto non convince tutti, ad iniziare da Karl-Herrmann Steinberg, direttore dell’azienda di produzione di alghe di Kloetze, la più importante dell’Europa centrale, che in una intervista rilasciata a Julio Godoy dell’Ips-Ifej dice che «Questi calcoli sono molto ingenui. I costi della coltivazione delle alghe, l’eliminazione dell’acqua e la distillazione dell’olio combustibile sono molto elevati perché l’idea sia applicabile a scala industriale».

Anche Thomsen ammette che le serre vanno costruite altrove che nella poca solatia Germania, l’ubicazione per un funzionamento ottimale sarebbe nel sud e nel sud-est dell’Europa, dove le ore di sole disponibili sono molte di più. Intanto però la Germania ha contattato India e Brasile ed India che già hanno grandi coltivazioni di alghe per altri usi.

Negli Usa, già all’epoca della prima crisi petrolifera degli anni ’70, si pensò alle alghe per fabbricare biocarburanti, ma il progetto fu abbandonato nel 1996, quando cessarono i finanziamenti alla ricerca di biocombustibili perché il prezzo del petrolio era in forte calo. Oggi, con il prezzo degli idrocarburi alle stelle, la GreenFuel sta progettando in Massachusetts una serra di circa un chilometro quadrato da realizzare entro il 2009. «Per catturare la CO2 emessa da una centrale di mille gigawatt – spiegano alla GreenFuel – abbiamo bisogno di una serra di alghe tra gli 8 ed i 16 chilometri quadrati, che produrrebbe più di 150 milioni di litri di biodisel e 190 milioni di litri di etanolo».

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