Ovunque la produttività aumenta fino a 13°C di temperatura media, poi riscende

A qualcuno non piace caldo: con i cambiamenti climatici economia mondiale a -23%

Nature: se non cambiamo, entro il 2100 il 77% dei paesi sarà molto più povero. Ma «Il clima non è destino»

[22 ottobre 2015]

cambiamenti climatici stanford 6

Il mondo disegnato dai cambiamenti climatici, più caldo e punteggiato di eventi estremi, danneggia gravemente la salute dell’economia mondiale. L’impatto non è uniforme a tutte la latitudini, ma complessivamente si annuncia 10 volte più pesante di quanto comunemente si pensasse finora: secondo i risultati della nuova ricerca Global non-linear effect of temperature on economic production, se continuiamo a reagire come fatto finora, entro il 2100 i cambiamenti climatici avranno contratto l’economia globale del 23% e aumentato le disuguaglianze tra i vari Paesi.

Lo studio, appena pubblicato su Nature da un team guidato da Marshall Burke dell’università di Stanford, ha incrociato per la prima volta i dati economici e climatici di 166 diversi paesi raccolti in mezzo secolo, dal 1960 al 2010. Dalla successiva analisi emerge un dato inaspettato, ovvero che temperatura media annuale e produttività (sia per quanto riguarda le attività agricole sia quelle industriali) appaiono legate da un andamento preciso: la produttività economica cresce insieme alla temperatura fino a raggiungere la media annuale di 13 °C, per poi decrescere. Un rapporto che Burke e il suo team ritengono globalmente valido. Le zone temperate (come la nostra) rappresentano dunque l’optimum per lo sviluppo economico, mentre fasce climatiche più estreme non lo sono.

La virtù ancora una volta sta nel mezzo, ma i cambiamenti climatici sparigliano le carte in tavola. Se per contrastarli continuiamo ad opporre politiche blande come quelle adottate finora, da qui a 85 anni – sostengono i ricercatori – il 77% dei paesi mondiali sarà più povero, e in modo consistente. E se a rimetterci maggiormente, anche in questo caso, sarebbero quei popoli che già oggi sono più poveri, in un’economia globale come la nostra nessuno potrebbe dirsi al riparo.

In una sola generazione, potremmo gettare alle ortiche molte delle conquiste economiche realizzate finora: possibile? A guardare i dati, è quello cui la comunità internazionale si sta auto-condannando. Quel che importante sottolineare è che non si tratta però di un fato ineluttabile: «Il clima non è destino – commenta Burke – I paesi possono fare molto, e ci sono molti altri fattori importanti dietro alla temperatura».

Ad esempio, se la ricerca di Burke e colleghi mostra che i cambiamenti climatici fanno male alla produttività, è vero anche il contrario: migliorare la produttività del lavoro fa bene all’ambiente. Come ha già spiegato sulle nostre pagine l’economista Massimiliano Mazzanti, più di uno studio mostra «una conclusione prorompente: la produttività del lavoro si associa positivamente alle performance ambientali (ovvero diminuisce il rapporto tra emissioni di anidride carbonica e valore aggiunto) […] Spesso le tematiche ambientali sono viste come un freno alla competitività delle imprese ed allo sviluppo di aree geografiche; qui, invece, abbiamo il risultato opposto alla percezione comune. Aumentare la produttività del lavoro (quindi lavorare “meglio”) fa diminuire la quantità di emissioni su valore aggiunto (fa quindi “inquinare di meno”), almeno fino ad un certo livello di produttività. È una conclusione che chi fa politica e prende le decisioni dovrebbe tenere in considerazione».

Il problema di fondo infatti, non è quando il clima cambia: è quando a non cambiare siamo noi.