Con oggi nasce il modello Piombino: niente più diritti d’acciaio

Metà dei lavoratori riassunti subito, per il resto si aspetta la ripresa e l’addio «a ogni pretesa»

[5 giugno 2015]

piombino lucchini

Le urne del referendum sono chiuse: a Piombino i lavoratori dell’acciaieria ex Lucchini, presto Aferpi, hanno avuto 24 ore per esprimere il proprio voto sull’accordo sindacale firmato i giorni scorsi (in allegato i testi). Il fondamentale passaggio della conta delle schede appare oggi quasi superfluo; difficile che dei lavoratori votino contro l’unica chance che al momento concede loro un barlume di speranza nel futuro.

Ma ciò non toglie che sotto il tappeto di questo referendum finisca come polvere ogni velleità di politica industriale sull’acciaio, un settore industriale giudicato strategico a livello di Unione europea. La crisi dell’acciaio non riguarda certo solo Piombino: dov’è finita la volontà (e la capacità) di fare sistema? «Per sopravvivere – osserva Adriano Bruschi, presidente di Legambiente Val di Cornia – la siderurgia deve cambiare pelle. Ciò che mi preoccupa di più è non avere in mente una politica industriale, che metta insieme i vari problemi della siderurgia, almeno italiana; pensare di risolvere i problemi a Piombino separatamente da Taranto, Trieste, Terni, è un errore strategico. Senza una strategia, senza investimenti, senza ricerca di sistema, i problemi rimarranno sempre. Si pensa di poterli risolvere a livello locale, affidandosi a chi investe. Ma l’azienda può andare avanti e fare gli investimenti promessi se trova convenienza a farlo, ovvero se c’è un accordo tra produttori, utilizzatori e gli altri attori del mercato, che riesca a trovare i giusti equilibri e sbocchi».

E al momento, mancando queste condizioni, cadono purtroppo anche le certezze. Vincoli e garanzie perché Cevital porti avanti gli investimenti annunciati, non si conoscono. Circola l’ipotesi di una fideiussione della durata biennale, ma altro – a parte un crono programma molto ambizioso da mantenere – non è dato sapere. Quel che al momento è certo, invece, è quanto riportato negli accordi sindacali; il promissario acquirente Aferpi si impegna ad assorbire i quasi 2.200 lavoratori dell’ex Lucchini (tranne dirigenti, pensionandi, e quanti non sottoscrivono il verbale di conciliazione individuale) non oltre il 6/11/2016, ma nell’immediatezza del trasferimento della proprietà aziendale i riassorbiti saranno circa la metà: per la precisione, 1.080 lavoratori. Per il resto, cassa integrazione a zero ore. Per l’indotto, invece, a oggi ancora nessuna certezza.

Nel mentre, «ogni futura richiesta economica per tutti i siti e sedi distaccate Aferpi Spa, a qualsiasi titolo avanzata», sarà oggetto di discussione solo se si realizzerà un utile netto aziendale, e comunque non prima di tre anni dall’effettivo cambio proprietà. Il lavoratore, inoltre, dovrà rinunciare «a ogni pretesa di qualsivoglia natura derivante dal rapporto di lavoro subordinato» intercorrente con Aferpi.

In sostanza, con il nuovo “modello Piombino” si registra uno scambio tra diritti e posti di lavoro, un trade off per rimanere sul vago. Arrivati a questo punto, e mancando una qualsivoglia analisi e governo dei processi industriali, a qualsiasi a livello, difficile che si potesse ottenere molto di più. Partendo da un addio dell’acciaio a Piombino, oggi sono tornate prospettive per la città, prospettive che tutti ci auguriamo vengano mantenute in pieno: sia per quanto riguarda il rilancio industriale, sia per le bonifiche e la riduzione degli impatti ambientali, sia per la diversificazione industriale tanto agognata dalla Val di Cornia. Al momento, però, quel che resta è la mancanza di una visione e di un’approfondita analisi dei problemi della siderurgia, e un referendum sul “modello Piombino”. Un modello che presto diverrà anche un precedente cui appellarsi.