Ad Atene è arrivato il vero rottamatore: con Tsipras finirà la disastrosa corsa al centro dei socialdemocratici?

[29 gennaio 2015]

La marcia di Alexix Tsipras al potere sembra una specie di presa democratica del Palazzo di Inverno; se ha spiazzato l’alleanza con i Greci Indipendenti, facendo subito gridare ai soliti provinciali italiani a una riedizione del governo Renzi-Alfano in salsa greca, i primi atti del governo a guida Syriza sono tutti di sinistra-sinistra e fanno impallidire le promesse (ancora quasi tutte da realizzare) del rottamatore Renzi quando arrivò al governo un anno fa, sulle ali delle primarie con le quali si impossessò di un PD esausto, cambiandone – senza trovare praticamente resistenza – il patrimonio genetico politico. Certo la prova del tempo deve ancora consumarsi per il Tsipras, e non è cosa da poco. Quel che adesso è possibile giudicare è solo il segno di governo a marchio Syriza, ed è certo che racconta una storia diversa da quella italiana.

Il faticoso  Jobs act renziano, con l’inverecondo tira e molla sull’articolo 18 e gli applausi di Confindustria,  impallidisce rispetto agli aumenti del salario minimo da 439 a 751 euro lordi approvato a tambur battente dal governo Tsipras e, mentre in Italia il modello è quello Marchionne, in Grecia si ripristina la contrattazione collettiva, si riassumono le donne delle pulizie del ministero delle Finanze – diventate il simbolo della crudele disoccupazione greca –, si reintegrano i lavoratori del pubblico impiego ingiustamente licenziati e messi alla fame insieme alle loro famiglie.

Se poi vogliamo parlare della riforma dello stato sociale e di lotta alla povertà crescente, Tsipras non si è perso in chiacchiere: ha ripristinato il pronto soccorso anche per chi non ha un’assicurazione sanitaria, ha dato l’ordine di riallacciare gratuitamente l’elettricità e l’acqua ai 300.000 poveri ai quali era stata tagliata, restituendo così un po’ di benessere a centinaia di migliaia di bambini e di vecchi. Syriza sta mantenendo tutte le promesse anche per quanto riguarda la lotta alla svendita dei beni comuni: il nuovo governo ha riaperto la televisione di Stato, ha bloccato la privatizzazioni della rete elettrica e quella del porto del Pireo (una bella fetta è già in mano ai cinesi) e tutte le aste che il precedente governo aveva generosamente bandito prima di togliere il disturbo.

Svolta anche in politica estera con un occhio al Mediterraneo orientale, al Mar Nero e al Medio Oriente: stop alla cooperazione militare con Israele e minaccia di  annullare  anche gli accordi di libero scambio Israele-Ue se non sarà tolto il blocco economico israeliano su Gaza, e poi no alle sanzioni Usa-Ue alla Russia – e c’è da star sicuri che questo porterà soldi nella casse greche e lavoro in agricoltura e nell’industria, ma anche gas e petrolio a buon prezzo. E la presenza dei Kurdi del PKK al comizio finale fa pensare a una nuova ripresa dell’eterno confronto tra Turchia e Grecia, ma questa volta con un governo di sinistra a Atene e un governo conservatore, autoritario e islamista in Turchia.

Insomma, chi pensava e sperava – e abbiamo sentito molti commentatori televisivi ed espertoni farlo – che Tsipras si trasformasse il giorno dopo le elezioni in un renziano pragmatico ha sbagliato di grosso, e ha sbagliato, insieme a chi, dalla Serracchiani a Salvini, ha cercato di “dirottare” a fini di bottega la rivoluzione democratica avvenuta in Grecia, perché Tsipras sta facendo ad Atene quel che i leader socialisti latinoamericani, da Morales in Bolivia a  Correa in Equador, a Pepe Mujica in Uruguay e alla più moderata Bachelet in Cile, hanno fatto nella loro terra, perché in Grecia come in America Latina c’è l’urgenza della povertà e Tsipras parla ai suoi poveri con un concreto linguaggio di speranza.

Perché Tsipras sa che sono i poveri che lo hanno portato al potere, la classe operaia e media impoverita, i pensionati, gli intellettuali disoccupati le madri che non riescono a sfamare e vestire i figli. Tsipras sa che solo i poveri difenderanno il nuovo governo greco dalla reazione inevitabile del neoliberismo che ha portato la Grecia a diventare il Sudamerica, l’Africa dell’Europa, e sa che l’Europa non vuole ammettere questa vergogna inconfessabile e la sua complicità con il Pasok e Nea Democratia, che hanno saccheggiato le casse dello Stato e messo in piedi un sistema clientelare che garantiva un eterno potere e una finta alternanza.

Syriza e Tsipras hanno rottamato tutto questo e sanno che devono sferrare il colpo il più velocemente possibile perché il vecchio non si ri-assembli. Siamo lontani mille miglia dalla rottamazione made in Italy che alla fine si è rivelata il ricambio malfatto di una parte del maggiore Partito di governo, ma non delle basi del potere politico-economico dell’Italia.

Chi pensava che il terremoto greco si sarebbe assestato, sopito, chi spera che le onde sismiche non raggiungeranno la Spagna dove Podemos sta – come ha fatto Syriza in Grecia con il Pasok -inghiottendo l’elettorato socialista in fuga da un Psoe imbelle, chi spera che basti la (sacrosanta) manovra di Draghi, il calo del petrolio e dell’euro, la ripresina che si annuncia, per salvare il governo spagnolo di centro-destra, probabilmente sbaglia, perché Iglesias e Tsipras parlano con il linguaggio di una nuovissima sinistra ai poveri, agli operai che qualcuno voleva scomparsi, che riteneva così marginali da essere ininfluenti. E’ vero, nel radicalismo democratico dei nuovi leader della sinistra post-comunista e post-socialista europea c’è molto di antico, ma è sola l’eterna, irriducibile giustizia sociale senza la quale niente può essere davvero rottamato democraticamente, è la vecchia talpa che è riemersa in superficie sventolando bandiere nuove, ma è veloce, ci vede benissimo e sa usare il computer.

Mentre gli esecutivi europei – a partire dal nostro – che prima dicevano che la crisi dipendeva dalla congiuntura internazionale si preparano a dire che la ripresina annunciata è merito del governo anche se dipende in grandissima parte dal calo del petrolio e dal dollaro, e dal Quantitative easing della Bce… il terremoto Tsipras ha già scosso gli accordi della Grosse Koalition europea tra popolari, socialdemocratici e liberali e continuerà a scuoterla, anche in Italia, e non solo perché la radicale cura che Syriza sta attuando sul corpo sfinito della Grecia andrà inevitabilmente a cozzare con le diagnosi dei dottori europei che hanno quasi portato il paziente alla morte, spogliandolo di ogni avere, ma anche perché i Partiti socialisti e progressisti che hanno compiuto una disastrosa e snaturante corsa al centro ora si trovano a sinistra pericolosissimi concorrenti che riprendono tutto il loro patrimonio abbandonato, e lo gettano nella fucina della modernità e dell’avvenire di una sinistra più nettamente democratica e ambientalista. Che l’Italia sia marginale rispetto a questa sfida è un’altra imperdonabile colpa di quella che era la sinistra più forte dell’Europa mediterranea.