Bankitalia, contro la stagnazione secolare «ineludibili investimenti pubblici» per la crescita

[26 maggio 2015]

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Presentate durante l’assemblea annuale di Bankitalia, oggi a Roma, le considerazioni finali del governatore Ignazio Visco sono un esempio di sobrio equilibrismo, ma toccano un’infinità dei tasti dolenti per il Paese e in primo luogo la mancanza di crescita potenziale e di lavoro. Le critiche all’attuale gestione della crisi – neanche molto velate – non si risparmiano, ma le analisi più articolate si trovano come ovvio nella Relazione annuale della Banca d’Italia, presentato per l’occasione.

Un documento corposo, impossibile da riassumere in poche righe, ma che offre spaccati di assoluto interesse. Causa recessione, non solo l’Italia ha perso in questi anni qualcosa come il 9% di Pil, ma «il forte calo del prodotto effettivo ha verosimilmente determinato anche una riduzione di quello potenziale», ovvero ha perso la capacità stessa di creare attività economica per un importo stimato in un ulteriore 2% di Pil. E nonostante ciò rimane amplissimo il cosiddetto output gap, ovvero lo «scostamento percentuale tra il livello effettivo del Pil e quello potenziale», che nel 2014 è stato compreso «tra il -6,7 e il -4,1 per cento». Si tratta di uno spazio enorme per la crescita (e per il lavoro), che non è stato sfruttato, nonostante le risorse sul territorio (lavoratori non occupati e macchinari sottoutilizzati) fossero disponibili. Lasciando fare al mercato, si preferisce che questi letteralmente si deteriorino per il mancato impiego, piuttosto che rilanciarli tramite un intervento pubblico che arrivi dove i privati si tirano indietro.

«Per legge – argomenta Visco tenendo i piedi in due staffe – non si produce ricchezza e non si creano posti di lavoro in modo sano o stabile; né si possono ignorare i vincoli di bilancio, se non a prezzo di gravi danni. Ma si può, anzi si deve intervenire dove il mercato incontra i suoi limiti, aiutandolo a generare sviluppo economico e occupazione».

La stessa Bankitalia affronta esplicitamente, come d’altronde hanno già fatto istituzioni come l’Fmi, l’ipotesi di stagnazione secolare, ovvero «il risultato di un calo del tasso di crescita del prodotto potenziale nei paesi avanzati, innescato da fattori quali l’invecchiamento della popolazione, un’espansione dei livelli medi di istruzione non al passo con quanto richiesto dalle nuove tecnologie (che si potrebbe riflettere anche in una più elevata disoccupazione strutturale) e un progressivo assottigliamento dei margini di avanzamento della frontiera tecnologica»

Secondo la Banca d’Italia «gli scenari pessimistici potrebbero tuttavia sottovalutare le potenzialità delle tecnologie esistenti» e l’innovazione portata da quelle future, nondimeno «vi è il rischio che un’elevata propensione al risparmio a livello mondiale, il calo dei tassi di investimento nei paesi avanzati e l’aumento delle disuguaglianze di reddito» si avvitino rendendo insufficiente lo stimolo monetario (come il quantitative easing portato avanti dalla Bce). «In prospettiva – si legge dunque della Relazione di Bankitalia – è ineludibile sospingere la crescita intervenendo sugli investimenti pubblici per modernizzare la dotazione di infrastrutture, sulle politiche della formazione volte a rafforzare il capitale umano e sui meccanismi di riallocazione efficiente del lavoro».

In sede europea, a nove mesi dall’annuncio dell’etereo Piano Juncker, gli investimenti pubblici rimangono tabù.  E anche il governo Renzi, ribadendo la volontà di rispettare i vincoli di bilancio concordati nel Fiscal compact, non trova o non vuole trovare lo spazio per simili interventi. Solo con le risorse investite per l’operazione “80 euro in busta paga”, parlando di lavoro, sarebbe stato possibile offrire un’occupazione «a 7-800mila cittadini, a tempo pieno per 1 anno, ipotizzando un costo di circa 25mila euro a testa», come ha recentemente ricordato il sociologo Luciano Gallino su queste pagine.

Nel mentre, in una crescente schizofrenia tra atti e annunci, si penalizzano o ignorano settori legati allo sviluppo sostenibile, che in larga parte rappresentano le possibilità d’innovazione e competitività oggi necessarie al Paese. Come ricordato oggi anche dal Sole 24 Ore nel suo speciale sull’economia circolare, al di là degli slogan in loro favore, ancora oggi «sono soprattutto le normative che innalzano barriere contro l’uso delle materie prime seconde». E l’ultimo decreto sugli incentivi alle rinnovabili non fotovoltaiche presentato dal governo ne è solo l’ennesima dimostrazione, pronto a rinforzare il pessimismo della ragione… ma anche l’ottimismo della volontà, che non può venir meno.