Boom di disuguaglianza, Oxfam: in Italia l’1% più ricco del 60% della popolazione

L’1,5% delle super-ricchezze potrebbe dare istruzione e sanità ai cittadini più poveri del mondo

[30 ottobre 2014]

Siamo ormai avvezzi alla crisi economica come fucina di cattive notizie, ma a ben guardare i distinguo sono d’obbligo: la disuguaglianza è l’unica costante. Non tutti se la passano così male. L’Ong Oxfam registrò un clamoroso dato a gennaio di quest’anno, descrivendo come le 85 persone più ricche al mondo – classificate da Forbes – abbiano la stessa ricchezza della metà della popolazione più povera al mondo (circa 3,5 miliardi di persone, dunque). Dopo questa denuncia qualcuno avrebbe potuto aspettarsi uno sdegno popolare, e finanche un inasprimento del trattamento fiscale rivolto ai super ricchi. Questo qualcuno si tranquillizzi: gli 85 paperoni hanno collettivamente aumentato la loro ricchezza di 668 milioni di dollari al giorno, tra il 2013 e il 2014. Un aumento di quasi mezzo milione di dollari ogni minuto, come sottolinea oggi Oxfam nel suo nuovo rapporto Partire a pari merito: eliminare la disuguaglianza estrema per eliminare la povertà estrema.

Più in generale, sottolinea Oxfam, dal 2009 – anno di “esplosione” della crisi economica globale – il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato, mentre 805 milioni di persone ancora soffrono la fame. Una tendenza che, si badi bene, non riguarda solo i paesi tradizionalmente più in difficoltà, ma che non migliora anche la seconda potenza industriale d’Europa, la nostra Italia.

Secondo i dati diffusi oggi dall’Istat, «il 28,4% delle persone residenti in Italia era a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020», registrando comunque una timida riduzione di 1,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Ma ancora oggi il 20% più ricco delle famiglie residenti in Italia percepisce il 37,7% del reddito totale, mentre al 20% più povero spetta il 7,9%. Un quadro pressoché statico se confrontato coi primi anni di crisi (2011), con un indice di Gini – dallo statistico italiano che inventò questa misura della disuguaglianza– sostanzialmente stabile. Si parla però in questo caso di disuguaglianza di reddito e non di ricchezza e patrimoni, la cui forbice in Italia (e nel mondo, Piketty docet) è forse ancor più grave. Secondo i calcoli di Oxfam, infatti, sette persone su dieci vivono oggi in paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è maggiore di quanto non fosse 30 anni fa, e i cittadini italiani sono tra questi. «Anche in Italia, secondo l’Ocse, da metà degli anni ‘80 fino al 2008, la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (dato più alto fra i paesi Ocse, la cui media è del 12%). Al punto che oggi l’1% delle persone più ricche detiene più di quanto posseduto dal 60% della popolazione (36,6 milioni di persone); mentre dal 2008 a oggi, gli italiani che versano in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni, rappresentando quasi il 10% dell’intera popolazione».

Quel che ancora non appare chiaro è che la disuguaglianza non è un problema solo per quanti si trovano in indigenza, ma per la società nel suo complesso. Nel corposo dossier di Oxfam si evidenzia come l’aumento della disuguaglianza di reddito sia correlato a un «più alto tasso di criminalità, (in particolar modo criminalità violenta) malattia mentale, dipendenze e detenuti». Ancora più importante, dopo numerosi anni di recessione, è un’evidenza dimenticata: la disuguaglianza non stimola la crescita. «L’estrema disuguaglianza economica – sottolinea Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam International – oggi non è uno stimolo alla crescita, ma un ostacolo al benessere dei più. Finché i Governi del mondo non agiranno per contrastarla, la spirale della disuguaglianza continuerà a crescere, con effetti corrosivi sulle istituzioni democratiche, sulle pari opportunità e sulla stabilità globale».

All’interno di quest’ultimo fattore rientra l’impatto della disuguaglianza sull’ambiente, ormai una questione di sicurezza internazionale. Il 7% più ricco della popolazione mondiale (circa mezzo miliardo di persone) è responsabile per il 50% delle emissioni globali di CO2, mentre il 50% più povero ne emette solo il 7%. Eppure, l’81% dei decessi causati dai disastri ambientali colpisce invariabilmente le aree a basso reddito e a reddito medio-basso: «Nelle società il rischio non è mai equamente distribuito; i più vulnerabili ed emarginati sono i più colpiti da crisi e calamità, che generano ulteriore povertà».

La disuguaglianza non è però una calamità esterna alla volontà degli homo sapiens, ma realtà costruita da (e dunque modificabile con) azioni umane. «Solo l’1,5% delle super-ricchezze – stima Byanyima – basterebbe per garantire istruzione e sanità a tutti i cittadini dei paesi più poveri». Le strategie d’azione ci sono, riassunte nel rapporto Oxfam: dalla lotta all’evasione a modifiche nei regimi fiscali, ma sapere come fare non basta. Questo di Oxfam è un inno all’azione e al buon senso, cui però mancano ancora tenori che riescano a interpretarlo. A noi non resta che continuare a fischiettarlo: siamo in buona compagnia.