Contro (la) natura, secondo Chicco Testa

A Livorno la presentazione del volume da parte dell'autore, e la nostra intervista

[27 febbraio 2015]

Contro (la) natura, l’ultimo libro a firma di Chicco Testa (pubblicato da Marsilio Editori), rivela la sua natura «provocatoria» – così come la definisce lo stesso autore – già dal sottotitolo: «Perché la natura non è buona né giusta né bella». E non poteva che essere sullo stesso stile anche la presentazione del volume che Testa ha proposto a Livorno, davanti al pubblico riunitosi nella libreria Feltrinelli della città, insieme allo scrittore Simone Lenzi e al direttore del Tirreno Omar Monestier.

Quando si parla di principio di precauzione, è uno degli esempi portati da Chicco Testa, dovremmo ricordare che «molti di noi hanno un’automobile, e la utilizzano per i propri spostamenti. Eppure in Italia muoiono ogni anno 5mila persone a causa d’incidenti stradali: statisticamente, sono 10-15 persone al giorno». Seguendo il principio di precauzione, che la fa da protagonista (spesso con valide ragioni) nei dibattiti ambientalisti «potrei fare un esposto provocatorio in Questura – scherza Chicco Testa (nella foto, al centro) – e chiedere che venga bloccato il traffico automobilistico in tutta Italia, visto che il numero di quei morti è statisticamente provato». Provocazioni, dunque, che non di rado in Contro (la) natura contrappongono a quella parte manichea dell’ambientalismo un altrettanto manicheo industrialismo, ma che lasciano anche spazio a non banali riflessioni. Ne abbiamo parlato con l’autore, a margine della presentazione labronica del suo volume.

Tecnologia e industria sono una risorsa per l’uomo. Il problema è il tempo: oggi riusciamo a cambiare il mondo più velocemente di quanto lo comprendiamo. Ritiene che incoraggiare l’innovazione senza compromettere le risorse naturali sia l’atteggiamento più cauto da portare avanti?

«Il mio punto di vista è abbastanza radicale; prima di tutto credo vadano tolte di mezzo alcune idee sbagliate. Ad esempio quella secondo cui sia il pianeta a dover essere salvato; nel caso siamo noi ad avere questo bisogno. La Terra esisteva prima dell’uomo, e probabilmente continuerà a farlo dopo la nostra scomparsa. È dunque necessario ricondurre il dibattito nei limiti di ciò che noi chiamiamo “ambiente”, ossia il frutto di un’interazione continua tra sistemi naturali e attività umana: una crosta sottile all’interno della quale si è sviluppata la civiltà. E questo “ambiente”, ovviamente, ha bisogno di cure, di essere tenuto in ordine, in modo da far star bene noi esseri umani e non deteriorare quelle stesse risorse che ci sostengono.

Detto questo, io ho sempre fatto parte di quella corrente del mondo ambientalista che si smarca dai conservatoristi, e credo che la soluzione dei nostri problemi possa arrivare dal progresso dell’innovazione tecnologica, non da un suo arresto o addirittura da passi indietro. Se oggi possiamo prevedere che presto almeno il 50% dell’energia elettrica che consumiamo possa essere prodotta da fonti rinnovabili, tanto per fare un esempio, è proprio perché l’innovazione tecnologica è avanzata. In fondo, io me la prendo con gli atteggiamenti luddisti: sono abbastanza fiducioso nell’intelligenza umana, e nella sua capacità di risolvere i problemi che abbiamo d’innanzi grazie all’innovazione e alla tecnologia».

Nel breve periodo, come per tutti gli investimenti, quelli in sostenibilità sono per l’industria un costo. Senza, però, oggi non rischia il rigetto? I sistemi produttivi più impattanti delocalizzano dai Paesi ricchi, o l’hanno già fatto.

«Certo, e questo è un problema che deriva dalle diverse situazioni di sviluppo in cui si trovano le aree del mondo. Non tutti hanno le stesse risorse per occuparsi in modo strutturale di problemi ambientali, e questo conduce a un trade-off, uno scambio. È giusto, non è giusto? Credo che un’umanità più ricca e più educata sia anche più in grado di prendersi cura di questi problemi. E viceversa che, se per rendere più pulito il nostro ambiente regrediamo dal punto di vista economico, il risultato possa essere negativo».

Lo sviluppo incontrollato della tecnologia e dell’intelligenza artificiale sembra spaventare anche coloro che ne traggono (e continuano a farlo) i maggiori vantaggi, da Bill Gates a Stephen Hawking, i quali chiedono se ne regoli democraticamente l’avanzata. È d’accordo?

«Tutto il mondo contemporaneo ha bisogno di regole, e su queste deve vivere: dunque sì, sono perfettamente d’accordo. Anzi, proprio nel mio libro sostengo che abbiamo bisogno di costruire le nostre regole, invece che affidarci alle leggi di natura. Il diritto umano è un diritto positivo costruito dall’uomo; me la prendo col diritto naturale, con l’idea che ci siano dei “diritti” insiti nella natura. I sempre nuovi problemi che nascono hanno bisogno di trovare nelle regole e nella giurisprudenza le giuste soluzioni».

Le pongo anch’io una domanda provocatoria. “Naturale” è il modo in cui il nostro cervello – che è un prodotto dell’evoluzione – prende le decisioni e, in media, l’uomo è avverso alle perdite circa il doppio di quanto apprezza i guadagni. Non dovremmo tenerne conto nel valutare rischi e opportunità della tecnologia?

«Questo che pone è in effetti un grande problema, anche perché sappiamo ancora pochissimo di come funziona il nostro cervello e di come davvero prendiamo le decisioni. Nel mio libro argomento che la specie umana non va vista in contrapposizione alla natura, perché anche noi siamo profondamente naturali, e certamente ci sono dinamiche nel nostro modo di prendere decisioni e nel nostro cervello che sono un mix tra “l’uomo evoluto” come ce lo immaginiamo noi e il nostro progenitore – un individuo spaventato, astioso, violento. Sappiamo che i tempi dell’evoluzione sono molto più lenti di quelli della tecnologia, e di questo dobbiamo senza dubbio tener conto».