La fine dell’embargo costringerà Cuba a fare una nuova rivoluzione?

Cuba verso il futuro. Obama, Castro e Papa Francesco fanno arrabbiare i repubblicani Usa

[18 dicembre 2014]

I repubblicani (e qualche democratico) hanno immediatamente condannato l’annuncio, dato contemporaneamente da Barack Obama e da Raúl Castro (dopo 18 mesi di colloqui segreti incoraggiati da Papa Francesco ed ospitati dal Canada) del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Usa e Cuba e della fine di fatto dell’embargo che ha soffocato, impoverito ma non domato l’isola dove Ernesto Guevara divenne El Che. Un embargo anacronistico e fallimentare, come ha riconosciuto francamente lo stesso Obama, perché la dittatura comunista cubana non è certo peggiore dei regimi che la circondano nei Caraibi e in Centro-America, ha garantito (buone) assistenza sanitaria ed istruzione universale ed ha raggiunto un livello scientifico che i Paesi vicini si sognano. Il regime cubano ha molti imperdonabili difetti, ma gli Usa in questi anni hanno appoggiato, armato, addestrato dittature fasciste e liberiste che hanno conculcato i diritti umani dei loro popoli molto più del castrismo e non è un caso se anche la nuova sinistra latinoamericana e caraibica, che ha scelto la strada della democrazia, non ha mai abbandonato Cuba e non è un caso se continua a vincere in libere elezioni, come successo nella piccola Dominica solo qualche giorno fa.

Ormai il dipanarsi degli eventi storici che abbiamo vissuto ieri sera è noto: l’annuncio è arrivato dopo che il governo cubano ha rilasciato Alan Gross – detenuto con l’accusa di spionaggio a Cuba – e un altro agente dei servizi segreti Usa. Cuba in cambio ha avuto indietro tre di quelli che definisce eroi e gli Usa considerano spie e gli Usa hanno detto che toglieranno Cuba dalla lista degli Stati canaglia, anche perché, dalla Baia dei Porci in poi, il terrorismo tra Cuba e gli Usa lo hanno praticato molto di più gli Usa, a partire dalle decine di tentativi di far fuori l’invulnerabile Fidel Castro.  Termina un embargo crudele (anche se tecnicamente accadrà solo dopo la decisione ufficiale del Congresso Usa), imposto nel 1961, che spinse Cuba nelle braccia dell’Unione Sovietica, della quale è rimasta orfana senza fare un passo indietro dalla scelta di uno strano socialismo caraibico fatto di controllo e lassismo, di sostenibilità forzata, che fa di Cuba uno dei Paesi più ecologici del pianeta,  di turismo condito di prostituzione, di grande generosità, come nel caso dei medici cubani in Africa per combattere Ebola – citati anche da Obama – e di improvvisa durezza ideologica, di splendide ed inquinanti auto degli anni ‘50 tenute insieme col fil di ferro  e voglia di entrare con un balzo nel mondo digitale.

Ma quello che noi occidentali fatichiamo a capire, anche da turisti a Cuba alla ricerca delle sue bellezze naturali o spesso femminili e maschili, è che quello che per noi è arretratezza per un haitiano e un centroamericano, per un abitante degli slum dimenticati di Santo Domingo o di Kingston, per i campesinos che reclamano i corpi decapitati dei loro figli nel Messico in mano ai cartelli della droga, quello che per noi è povertà è un futuro possibile, più dignitoso, giusto ed umano del terribile presente che stanno vivendo: è un Paese povero che è riuscito a non perdere la sua allegria e tutto viene perdonato alle mummie dei vecchi rivoluzionari che ancora comandano all’Avana, tutto perché sono stati loro a resistere al gigante, a mostrare la strada di un affrancamento dagli yankee e dai loro servi fascisti che sembrava impossibile.

Che a consentire la realizzazione di tutto questo, di un gesto clamorosamente semplice  – quello di prendere atto delle differenze, del «Todos somos americanos» di Obama e del  «Debemos aprender el arte de convivir, de forma civilizada, con nuestras diferencias»d i Raúl Castro – sia stato un Papa latinoamericano che viene dalla terra di Che Guevara è una cosa altrettanto grandiosa e significativa e segna un altro punto a favore di Papa Francesco, che non cessa di stupire perché non si conforma al nuovo ordine caotico, perché cerca di evitare quella che chiama la terza guerra mondiale, perché è riuscito a ricucire uno strappo che durava da 53 anni a rimettere insieme una tela attraverso la quale si intravede un futuro diverso per le Americhe, che non sarà facile per Cuba, uscita di botto da un isolamento che ha innalzato anche mura spesse di ideologia, propaganda, autarchia e paura.

E’ contro questa pacificazione che si scaglia il Partito Repubblicano definendo l’accordo «Un’altra della lunga serie di concessioni senza cervello ad una dittatura» e lo fa proprio nel giorno in cui vengono fuori le compromettenti carte sull’addestramento ed il finanziamento dei militari fascisti brasiliani al tempo del regime che mise in galera e torturò l’attuale presidente Dilma Roussef,  è contro questo Papa “progressista” che si scaglia la destra religiosa statunitense e l’integralismo cattolico di uno  come il senatore di origine cubana Marco Rubio, presidente della sotto-commissione Emisfero Occidentale della Commissione affari esteri del Senato Usa, che ha giurato di «Fare ogni sforzo per bloccare questo tentativo pericoloso e disperato» e che ha aggiunto «La nuova politica si basa su un’illusione, su una menzogna e stabilisce un pericoloso precedente che non farà che indurre gli altri tiranni da Caracas a Teheran a Pyongyang a vedere come possono trarre vantaggio dall’ingenuità del presidente Obama durante i suoi due ultimi anni di incarico».

«Ma – come scrive ThinkProgress – la  protesta dei repubblicani contro la nuova politica contraddice la loro  fede nella potenza delle economie del libero mercato . Con la politica dell’amministrazione, tra le altre modifiche, gli Stati Uniti ripristinano le piene relazioni diplomatiche, la facilità di viaggio in 12 categorie esistenti, consentono  agli Stati Uniti di importare più prodotti, di espandere le esportazioni verso Cuba. L’apertura del commercio e le opportunità di investimento probabilmente spingeranno  Cuba verso un’economia più in stile americano, del  tipo di quella che i repubblicani sostengono che conduce alla libertà». Ma i repubblicani sanno bene che liberismo e democrazia non sono – se mai lo sono stati – sinonimi e che gli Usa fanno affari ed intessono alleanze con Paesi iperliberisti ma le cui dittature feroci, sostenute ideologicamente e/o religiosamente, fanno impallidire il comunismo caraibico castrista. Paesi come l’Arabia Saudita e le altre monarchia assolute del Golfo che hanno accompagnato i presidenti repubblicani in tutte le loro fallimentari guerre mediorientali ed afghane per la “libertà”, inguardabili satrapie asiatiche magari ex o ancora nominalmente comuniste, nei quali gli imprenditori statunitensi fanno affari stringendo mani ben più insanguinate e rapaci di quelle di Fidel Castro. E’ lo stesso Obama a ricordare ai repubblicani che è stato il repubblicano  Nixon a ristabilire relazioni diplomatiche con la Cina, «Un paese molto più grande e retto anche da un Partito comunista, che è altrettanto responsabile di schiacciare il dissenso e di altre violazioni dei diritti umani». Ma quello che fa più male alla destra Usa è che Obama abbia detto agli americani: «Metteremo fine ad un approccio obsoleto che per decenni non è riuscito a far avanzare i nostri interessi e invece cominceremo a normalizzare le relazioni tra i nostri due Paesi. Questi 50 anni hanno dimostrato che l’isolamento non ha funzionato. E’ tempo di un nuovo approccio». Ha ragione e probabilmente due grandi vecchi come Papa Francesco e Fidel Castro sorridevano ascoltandolo, convinti che un’ingiustizia era stata sanata. La pensa così anche la stragrande maggioranza dei cubano-statunitensi di seconda, terza e quarta generazione, finora ostaggio di una minoranza di nostalgici anticastristi alla Rubio, la pensa così anche il 56% degli statunitensi.

Ora per Cuba comincia il futuro, comincia la navigazione in mare aperto, il regime non potrà più giustificare mancanza di libertà e ritardi con la necessità di resistere all’embargo, il comunismo cubano da oggi è orfano dell’ideologia contrapposta che lo aveva contrastato con una stupidità rara, con un embargo costato 975 miliardi di dollari. Oggi a Cuba cambia tutto e gli eredi del castrismo sono in mare aperto, sanno che dovranno navigare a vista e stringere alleanze ancora più forti con i governi di latinoamericani e caraibici democraticamente eletti. L’altra ipotesi, quella di una svolta “cinese” non sembra percorribile: Raúl Castro non è Deng Xiaoping. Ma va dato atto a quel che resta della vecchia guardia rivoluzionaria, a  Raúl e Fidel Castro, di aver ritrovato lo spirito dello sbarco dal Granma, della Sierra, di Cianfuegos e del Che e di aver spinto Cuba nel futuro, verso una nuova avventura, verso una nuova rivoluzione che potrebbe cambiare Cuba, le Americhe e forse il mondo. Onore a loro, a Obama ed a Papa Francesco.  Il primo gennaio, anniversario della rivoluzione, i cubani avranno molto da festeggiare, anche gli anti-castristi.

Nessuno sa cosa uscirà da questa contaminazione, da questo futuro che irrompe, forse un nuovo socialismo o forse Cuba tornerà ad essere il bordello degli Usa, ma contiamo sull’allegria inossidabile e sull’orgoglio ritrovato del popolo cubano perché Cuba rimanga un Paese “sostenibile” e fieramente indipendente.