Davos, al World economic forum l’ambiente fa più paura dell’economia

Stilata la classifica dei maggiori rischi nel 2015 per il mondo. Clima e catastrofi naturali al top

[22 gennaio 2015]

Il World economic forum, ossia il tradizionale summit annuale che riunisce nell’enclave elvetica di Davos leader economici e politici di tutto il mondo, è oggi un mito in evoluzione: soprattutto in tema di ambiente. E se la Svizzera ha dato ampiamente prova nei giorni scorsi di saper condurre inaspettati quanto fulminei cambi di rotta economici, sganciando la propria moneta dall’euro, anche l’appuntamento di Davos dimostra di saper cambiare pelle. Passano i decenni, cambiano le priorità del mondo e anche il World economic forum, campione dell’ortodossia economica, inizia a prenderne atto.

L’anno scorso uno dei dossier più interessanti tra quelli presentati riguardava l’economia circolare, mentre in questa 45esima edizione del meeting – intitolata “New global context” – le priorità sono già evidenziate con grande e allarmante chiarezza nel report Global risk di quest’anno, che traccia i confini dei pericoli maggiori che rischiamo di correre nell’anno appena iniziato, visto dal tetto del mondo.

E la classifica del pericolo parla chiaro. I 10 maggiori rischi sono divisi per probabilità che si realizzino e per impatto (nel caso in cui dovessero davvero compiersi); nel primo caso a primeggiare nella graduatoria del brivido ci sono i “conflitti globali”, seguiti però a ruota dagli “eventi climatici estremi”. Nel secondo caso, invece, un pericolo legato alle risorse naturali troneggia già al primo posto: le “crisi dell’acqua” sono infatti il rischio più temuto, anche nella nevosa Davos. Oltre a questo, le “catastrofi naturali”, il “fallimento dell’adattamento al cambiamento climatico” e la “perdita di biodiversità e collasso dell’ecosistema”, sono tutti elementi che rientrano nelle categorie di rischio: al World economic forum l’ambiente sembra fare più paura anche dell’economia.

Certo è che rimane sempre un oceano a dividere tra loro il dire e il fare, e il suo metaforico livello si alza di pari passo al concretissimo progredire del cambiamento climatico. Si sorride amaramente notando, come fa oggi il Corriere della Sera, che «le stime (non ufficiali) sui jet e voli di piccolo – e lussuoso – cabotaggio nei cieli del World economic forum» raccontano di 1.700 veivoli privati che sono giunti a Davos in questi giorni, trasportando il loro prezioso carico per discutere di clima e risorse naturali, immettendo al contempo tonnellate e tonnellate di gas serra in atmosfera. E la risata si avvicina al pianto isterico quando si scopre – come raccontiamo sulle nostre pagine – che solo il 6% degli stessi capi d’azienda chiamati a raccolta al World economic forum, interrogati in privato, dichiara che «il cambiamento climatico o le azioni per mitigarne gli effetti dovrebbero essere una priorità di chi governa».

Si tratta di paradossi purtroppo non nuovi anche alle nostre latitudini. Difatti gli avvertimenti contenuti all’interno del rapporto Global risk non sembrano aver colpito molto neanche il premier Renzi che, ieri in visita al World economic forum per parlare di leadership e cambiamento, ha preferito concentrarsi su tutt’altri temi. Ed è un peccato, perché invece è proprio allo sviluppo sostenibile che guarda, per il 2015, la conclusione del Global risk report: dalle grandi conferenze di Sendai e di Parigi, passando per la definizione dei nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile sotto l’egida Onu, «il 2015 presenta una serie senza precedenti di opportunità da cogliere tramite un’azione collettiva per affrontare i rischi globali». L’Italia e l’Europa hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali in questo percorso, e non possono tirarsi indietro.