Ecoinnovazione e carbon tax: la green economy come via di fuga dell’Italia dalla crisi

I paesi leader nel settore hanno in media disoccupazione più bassa e Pil più alto. Un caso?

[17 aprile 2015]

La ripresa sta arrivando, si ripete con insistenza ai piani alti, ma potrebbe anche accoltellarci alle spalle. Del resto dal 2008 a oggi sono in molti ad aver intravisto la luce in fondo al tunnel (Monti docet, ed era il lontano 2012), che ancora oggi risulta invece non pervenuta. Vedi mai che nel mentre nel tunnel ci si sia persi? Come noto però, grazie a fattori essenzialmente esogeni al Paese – Quantitative easing, euro debole e basso prezzo del petrolio – anche l’Italia inizia ora a beneficiare di una timida possibilità di ripresa economica. Lasciata a sé stessa, sarebbe destinata ad appassire nuovamente; è necessario darsi da fare per farla crescere.

Il come in questo caso ha almeno la stessa rilevanza del quanto. Lo dimostrano i più salubri, economicamente parlando, tra i nostri cugini europei: Svezia, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, e Germania dispongono di un Pil pro capite più alto e di una disoccupazione più bassa della media Ue. È un caso se, come notano dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, sono anche tra i Paesi leader nell’Unione per quanto riguarda l’ecoinnovazione?

Nel meeting di primavera organizzato dalla Fondazione, evocativamente dedicato al tema “Il contributo della green economy per la ripresa dell’Italia”, si è contribuito una volta di più a chiarire il link tra innovazione verde e performance economiche: «La correlazione in Europa fra sviluppo di una green economy, crescita del Pil e riduzione della disoccupazione – osserva nella propria relazione il presidente della Fondazione, Edo Ronchi – è molto elevata (in cinque su cinque Paesi leader). Anche l’Italia, per poter puntare a collocarsi fra i leader europei, per superare i ritardi, modernizzare il Paese, rilanciare crescita e occupazione, deve seguire una via maestra: quella della green economy».

La green economy migliora infatti la competitività economica basandosi su prodotti e processi di qualità (e non su tagli di costi); migliora il benessere dei cittadini e dunque la loro domanda interna al Paese; soprattutto, in un contesto di abbondanza di capitali, tecnologie e forza lavoro inutilizzata, valorizza la risorsa più scarsa (il capitale naturale) contribuendo a rendere più efficiente l’intero sistema economico.

Naturalmente, per dare ossigeno all’economia verde servono risorse, che l’austerità dogmaticamente imposta non rende semplice racimolare. Ampi spazi d’intervento, sottolineano comunque dalla Fondazione, sarebbero ancora disponibili, se ben utilizzati. Ad esempio i fondi europei per orientare il mercato in direzione green «sono consistenti. La politica europea di coesione, la principale politica di investimento della Ue, prevede nella programmazione 2014-2020 50 miliardi di euro l’anno e guarda all’avvio e al rafforzamento delle filiere produttive dedicate alla green economy». In particolare «gli obiettivi tematici di green economy del FESR (economia a basse emissioni, adattamento climatico e protezione rischi, utilizzo razionale delle risorse,  trasporto sostenibile) dispongono di un plafond di risorse pari a 8,6 mld, il 41% del totale».

C’è poi una partita tutta interna al Paese da giocare, che fa leva su uno dei tre jolly per la ripresa che il contesto geopolitico internazionale oggi ci regala: un prezzo del greggio relativamente basso. «Il modo più efficace e immediato di avviare un percorso di riforma della fiscalità in chiave ecologica –osserva Ronchi – è quello di introdurre una carbon tax, in prima istanza, su gasolio e benzina per autotrasporto». Si tratterebbe di un importo di 20 euro a tonnellata di CO2 che si tradurrebbero in un aumento di soli 3,8 centesimi al litro e darebbe un gettito di 1,6 miliardi. La fiscalità green dovrebbe anche essere estesa e correlata alle emissioni di carbonio indotte dalla produzione di beni e servizi anche importati. «In questo modo – conclude Ronchi – si potrebbe consentire, con le maggiori entrate, di compensare una consistente riduzione del cuneo fiscale a favore di lavoro e imprese e disporre di entrate aggiuntive , formate anche solo da una quota minoritaria delle nuove entrate, per alimentare investimenti green in ricerca e ecoinnovazione».

Senza dimenticare che per orientare il mercato, la produzione e i consumi verso la green economy da sola l’energia non basta. Ridurre e migliorare (tramite l’utilizzo di materie prime seconde) gli input di materiale consumato per ogni unità di prodotta immessa al consumo rimane un obiettivo primario dell’ecoinnovazione. Su questo punto, l’attenzione politica rimane purtroppo bassissima. Si prenda ad esempio il bonus mobili, recentemente lodato dal premier Renzi al Salone del Mobile per aver contribuito generosamente al rilancio del comparto italiano, una delle tante eccellenze sofferenti del nostro tessuto produttivo. Ebbene, a fronte di questo bonus che fine ha fatto quello per l’utilizzo di materiali riciclati, che pure troverebbero spazio anche nel mercato degli arredamenti e dei prodotti per la casa? È rimasto a stazionare all’interno del Collegato ambientale alla Legge di Stabilità (del 2013!), e nonostante si trattasse di un incentivo reso cervellotico, confuso e senza chiari finanziamenti all’interno di pasticciati passaggi parlamentari. Per promuovere davvero l’ecoinnovazione, e insieme ad essa il proprio sviluppo sostenibile, l’Italia ha bisogno di più e di meglio: l’atteso Green Act annunciato dal premier Renzi per il marzo scorso, ancora non pervenuto e ora prospettato per giugno, rappresenta l’ennesima occasione che sarebbe auspicabile non gettare alle ortiche.