«Anche gli ambientalisti dovrebbero capire che la green economy è economia, punto»

Economia circolare, Cogliati Dezza a greenreport: «L’Ue ha invertito (male) la rotta»

I giornali non ne parlano? «Dove ci sono forti lobby gli spazi invece si conquistano»

[17 dicembre 2014]

Ieri la Commissione Ue ha chiesto il ritiro delle nuove direttive sulla qualità dell’aria e sull’economia circolare, un cambio di rotta per il quale anche il ministro italiano dell’Ambiente Galletti si dice «molto preoccupato». Quali sono le conseguenze?

«E’ un pessimo segnale che arriva dopo l’abbassamento del profilo europeo al summit sul clima appena concluso a Lima, e dopo il pacchetto clima-energia di ottobre che definire timido sarebbe un complimento. Mi sembra che l’Europa abbia definitivamente fatto inversione di rotta rispetto al percorso intrapreso da dieci anni a questa parte. L’Ue aveva sviluppato un livello di attenzione alle questioni ambientali tale da iniziare a inserirle all’interno del governo economico, e ora andiamo in retromarcia».

I maggiori quotidiani italiani usciti oggi in edicola si sono disinteressati di quanto avvenuto ieri in Commissione europea; pochi giorni fa lo stesso trattamento è stato riservato all’Agenda ambientalista per la ri-conversione ecologica italiana, che avete presentato al governo insieme ad altre 15 associazioni ambientaliste. Cosa ne pensa?

«Questa non è una novità. Anche Lima è passata sotto silenzio e, se vogliamo dirla tutta, l’unico tema che non l’ha fatto è quello sulla volontà di regolamentare in modo più serio la partita degli Ogm. Si tratta di una buona finestra per osservare quanto sta succedendo: dove si muovono forti lobby, come nel caso della difesa degli Ogm, gli spazi si conquistano. Anche oggi su la Repubblica si può leggere (qui anche online http://goo.gl/EE786m, ndr) un paginone in merito, senza contraddittorio. Dove invece le lobby non ci sono siamo affidati alla disattenzione del ceto politico, perché i mass media, tranne rare eccezioni, leggono la realtà che ci circonda attraverso gli occhi di quel ceto. Cosa rimane fuori dall’attenzione politica rimane fuori dall’informazione mainstream.

Che la nostra Agenda ambientalista non avrebbe conquistato le prime pagine lo davo per scontato, non mi ha stupito. Mi preoccupa di più che passino sotto silenzio i fatti di Lima e non si sia colta la negatività sull’accordo clima-energia di ottobre: quando poi arrivano pioggia e frane i giornali parlano eccome di dissesto idrogeologico, ma non fanno cortocircuito e non mettono in relazione i due fenomeni. Lo stesso vale per quanto accaduto oggi; se escono i dati dell’Oms sull’asma o le morti premature dedicate all’inquinamento atmosferico la notizia è degna di attenzione; lo stesso quando arrivano dati economici negativi. Ma del proposto ritiro delle direttive su qualità dell’aria ed economia circolare non si parla».

Sebbene Legambiente si sia spesso dimostrata attenta sul fronte dell’economia circolare, il tema non è stato affrontato però neanche all’interno dell’Agenda ambientalista per la ri-conversione ecologica del Paese, che ha redatto anche il Cigno verde. Perché?

«Perché l’Agenda ambientalista rispecchia la cultura che si è storicamente sedimentata nella nicchia rappresentata dalle associazioni ambientaliste, di cui anche Legambiente fa parte. In questa nicchia difficilmente si trova la spinta per guardare con occhi diversi al mondo, e quindi guardare ai temi dell’economia – o delle disuguaglianze sociali, o dell’evoluzione tecnologica –  da un punto di vista non esclusivamente ambientalista, con un’apertura ad altre culture. Quello dell’autoreferenzialità è un problema che nel mondo ambientalista non è ancora così drammatico, ma c’è.

Detto questo, il fatto che un tema piuttosto che un altro non sia presente in un documento come l’Agenda, molto complicato e scritto da decine di mani, non è detto che sia una scelta deliberata: manca anche, per esempio, un focus sulla fiscalità ambientale. Invece di costruire steccati dovremmo fare tutti lo sforzo di capire che stiamo parlando di economia, punto. Non di economia circolare, o green economy. Come sistema industriale, e dunque indipendentemente dalle politiche del governo, le imprese italiane sono al primo posto in Europa come recupero di materia prima; lo stesso vale per le filiere industriali a valle della raccolta differenziata. Della differenziata si parla molto, ben poco del riciclo. Eppure si tratta di pezzi vitali della nostra economia, che già esistono».

E che rimangono spesso invisibili, anche in Europa; prima di formalizzare il ritiro delle proposte su economia circolare e qualità dell’aria la Commissione Ue attenderà però che Parlamento europeo e Consiglio «si esprimano al riguardo». Ritiene sia ancora possibile un cambio di rotta, e farete pressione perché ciò avvenga?

«Noi faremo tutto il possibile, insieme alle altre associazioni ambientaliste italiane ed europee. Il Parlamento Ue mi sembra molto più avanzato rispetto alla Commissione europea, su queste tematiche, e qui riscontriamo un punto di continuità rispetto al passato. L’Europa però è partita col piede sbagliato, questo è sicuro».