Elezioni, in 15 anni la democrazia ha perso un quarto dei toscani

Enrico Rossi confermato presidente, ora il programma di governo

[1 giugno 2015]

toscana pegaso

Se la libertà è partecipazione, come ci domandavamo prima che si aprissero le urne per le elezioni regionali, ora che lo scrutinio in Toscana è pressoché completato una risposta ce l’abbiamo, ed è molto amara. Sono 1.441.510 i toscani che hanno scelto di recarsi in un dei 4007 seggi disseminati in tutta la Regione, meno della metà dei 3 milioni di aventi diritto al voto. In una Regione tradizionalmente affezionata al diritto (e al dovere) di voto, solo il 48,3% ha deciso di esercitarlo a questa tornata. Gli altri hanno preferito andare al mare, o crogiolarsi in una ben comprensibile disaffezione alla politica.

Non rincuora pensare che, solo 5 anni fa – pur nel bel mezzo della crisi economica –, i numeri erano di molto maggiori, anche se non esaltanti. Si arrivò al 60,71% di votanti (1.827.266 elettori), e ricordare che in quell’occasione i seggi restarono aperti fino alle 15 del lunedì non può essere una scusante. Anche perché uno scivolone isolato potrebbe essere comprensibile, mentre in Toscana (come del resto in tutta Italia), il percorso che allontana i cittadini dalla democrazia parte da lontano, e si fa sempre più ripido. Andando indietro nel tempo, l’affluenza dei toscani alle urne arrivò nel 2010 al 71,4%, nel 2000 al 74,6%, ed è meglio non continuare a girare le pagine del calendario.

In 15 anni la democrazia ha perso per strada il 26,3% dei toscani, un esodo di proporzioni bibliche. Un crollo ben maggiore di quello del Pil nello stesso periodo, a testimonianza di come non risponda all’appello la (buona) politica prima ancora dell’economia. Due deficit, a dir la verità, che non possono evitare d’incrociarsi.

Interrogarsi sulla qualità di questa democrazia, dove governa l’espressione di un’esigua minoranza, è d’obbligo sia in Italia sia all’interno dei confini regionali. Enrico Rossi, continuano a dichiararsi di stampo berlingueriano nello sbiadito Pd dell’era Renzi, è riuscito comunque ad agguantare il 48,03% delle preferenze, una fetta di elettori seconda solo a quella di Zaia in Veneto.

Al secondo posto – riassume in una nota la Regione – si classifica Claudio Borghi della Lega Nord (con il 20,01% e in cifra assoluta 273.397 voti) seguito dall’esponente dei 5Stelle Giacomo Giannarelli (205.538 voti per il 15,05%). Tommaso Fattori (Lista Sì. Toscana a sinistra) ottiene 85.794 voti per un 6,28%. Chiudono Giovanni Lamioni (Passione per la Toscana) e Gabriele Chiurli (Democrazia Diretta) con, rispettivamente, 17.393 voti (1,27%) e 3.614 voti (0,26%).

Con questi numeri, adesso il pallino del gioco torna in mano al presidente uscente. Le sfide che riguardano l’ambiente e la riconversione ecologica dell’industria toscana saranno – nel bene o nel male – nodi centrali per il territorio nei prossimi 5 anni, perché così va il mondo, e su questo livello si misurerà buona parte dell’operato del prossimo consiglio regionale. Va dato atto all’amministrazione uscente di aver fatto più della media italiana, nel merito, ma ora quel che conta sono i traguardi futuri. Il programma di governo per i prossimi 5 anni è atteso al varco, quando nel programma per le elezioni del Pd –  “La Toscana che sarà” – l’ambiente è stato relegato in poche e scialbe paginette. Idem nella campagna elettorale, di tutti i candidati.

Per Rossi confermarsi “governatore più amato d’Italia”, come accreditati sondaggi l’hanno definito solo pochi mesi fa, sarà forse più difficile che agguantare il titolo una prima volta. Ma la vera sfida rimane quella di allargare la torta; ritagliarsi la fetta più grande di un bignè sempre più piccolo non è poi questo grande successo per la democrazia.