Emilia Romagna e Calabria: l’astensionismo, la nuova Vandea e la Sinistra che non c’è

[24 novembre 2014]

Ha ragione Renzi: il PD ha vinto sia in Emilia Romagna  che in Calabria, ma lo ha fatto ad un prezzo, con un paradosso e conseguenze che presto potrebbero diventare insostenibili per la stessa tenuta democratica del Paese. Il paradosso è quello della regione italiana  che storicamente ha più partecipato al voto che segna il record storico dell’astensionismo, superata dalla regione che storicamente ha meno partecipato al voto, la conseguenza è il sorgere prepotente nell’Emilia Romagna – già dotta, tollerante e rossa – dello spettro  del neofascismo identitario che si incarna in un partito già anti-Italiano e secessionista e che ora installa la capitale del lepenismo italiano a Bologna, pronto ad esportate la Vandea fino a Roma dietro gli striscioni xenofobi di Tor Sapienza e del Pigneto retti da ballonzolante leghista Borghezio  circondato dai fascisti (come lui)  di CasaPound. Una violenta virata a destra del populismo  italiano che risucchia la vera origine di tutto ciò, Forza Italia, nel buco nero della patetica deriva post-berlusconiana  e che consegna il centro, il corpaccione dell’Italia eterna, ad un Renzi che esulta perché «I Partiti che appoggiano lo sciopero hanno percentuali da prefisso telefonico».

Il problema è che Renzi – che pure nell’ultimo comizio a Bologna aveva  cercato di lisciare il pelo ad un elettorato di sinistra, ormai più estraneo che ostile al PD, ritirando fuori dalla naftalina la parola “compagni” (per poi passare subito ad attaccare il sindacato e la “vecchia sinistra”  nella Regione più sindacalizzata d’Italia) –  non si rende conto che quelle percentuali ben più alte che lui non vede o non vuole leggere,  molte di quelle che Landini chiama giustamente le persone oneste, di fronte alla scomparsa della sinistra si sono rifugiate nel non voto, non riconoscendosi più in un sistema di potere che con la sinistra non ha  praticamente più niente a che spartire, che – bisogna dirlo – ha più a che vedere con la mutazione genetico-politica del vecchio PCI-PDS-DS che con il Renzi-PD, ma che il renzismo, dopo una dichiarazione di fedeltà, ha abbondantemente arruolato nelle sua fila di governo.

Quella che non è andata a votare è l’antica Sinistra refrattaria agli scandali, ai compagni “bellavita” che gonfiano spese e rimborsi, quella che non va ai party elettorali con gli industriali e crede ancora nella differenza e nella solidarietà di classe, quella che sa che tra un piccolo imprenditore e un artigiano e Squinzi e Marchionnne c’è una bella differenza, quella che sta sempre e comunque dalla parte di chi lavora, quella che presidiava ed “educava” le periferie abbandonate del sottoproletariato, quella di quel magnifico ed eroico 82enne romano che ieri, durante un’assemblea di strada a Tor Sapienza e sentito a tarda notte a Gazebo, ha incarnato brevemente una storia nobile e feconda – fatta passare oggi per ciarpame e nostalgia – in poche parole emozionate ed ancora piene di fiducia e speranza.

Non è forse un caso – e sarebbe bene si soffermasse un attimo a pensarci anche lo staff dei ghostwriters di Renzi – se di fronte alla scomparsa della sinistra, trattata come una scarpa vecchia con dentro un calzino maleodorante, sia riemersa in tutta la sua pericolosa potenza una destra neofascista che in pochi però accusano di essere nostalgica, ma che sfila inneggiando al Duce e con le svastiche tatuate sui bicipiti.

Sembra essere questo il pericoloso  (ma comodo) avversario che qualcuno si è scelto, anche come nuovo spauracchio da agitare di fronte alla riottosa sinistra delusa.

Eppure è da quella storia rinnegata della sinistra che viene quella cerniera con forte accento emiliano (o calabrese) che permette ancora a Renzi di dire che il suo governo è dalla parte dei più deboli e dei precari e poi di voltarsi ed abbracciare affettuosamente la ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia  per andare ad essere applaudito in una riunione di ricchissimi signori  – che si autoproclamavano onesti pagatori di tasse ed intanto chattavano con i loro uomini  alle Cayman o in Lussemburgo – che quella precarietà la hanno voluta e pervicacemente costruita insieme ai governi di centro-destra e con la volonterosa collaborazione – ce lo chiede l’Europa – del PD.

Il voto di due regioni così diverse e lontane per reddito e tradizione politica, che sembrano di un Paese e di un continente diverso, ci dice che il renzismo ha occupato ormai quella terra di nessuno che era diventato il centro moderato orfano della Democrazia Cristiana  e che la Lega Nord sta occupando la prateria dell’eterno neofascismo italiano che la crisi ha bonificato, con incendi di scandali ed il declino umano e fisico del suo patetico protagonista, dal lungo equivoco berlusconiano. Ora Berlusconi dovrà rincorrere i due Matteo, ma alla fine della corsa c’è solo il baratro nel quale può cadere: la trappola neofascista o la melassa centrista renziana che tanto piace a Confindustria. Quel che è successo ieri ci dice anche che la fine del berlusconismo ha sepolto, sotto le macerie fumanti sulle quali cammina spericolatamente Renzi, anche la “sinistra” del PD, che si è riscoperta tale troppo tardi, solo quando il suo esausto elettorato si è dichiarato orfano ed ha abbandonato le tessere e la cabina elettorale.

Il futuro che si prefigura è quello del Partito della Patria (ex Padana) e del Sangue (neo-romano) – raffazzonato da chi fino a ieri gridava Roma Ladrona e Forza Etna o Vesuvio e da un manipolo di neo-nazisti –  contro il Partito della Nazione neodemocristiano, ma con il cristianesimo sociale ridotto a sfondo nebuloso e la sinistra a reperto archeologico. Due minoranze che rappresentano, se va bene, il 20% della popolazione e che con quel tipo di rappresentatività e consenso si apprestano a governare il Paese, intere regioni, per non parlare dei Comuni, ormai da anni in mano – quando va bene – a comitati elettorali minoritari.

Se questa era la democrazia partecipativa alla quale ci voleva portare il Movimento 5 Stelle il risultato è evidente e disastroso. E il crollo del Partito di Beppe Grillo sia in Emilia Romagna (dove aveva incarnato per primo l’alternativa al sistema di potere del PD in crisi politica-morale) che in Calabria segna probabilmente l’inizio di una rapida parabola discendente di un movimento il cui elettorato che proveniva dalla destra sta rifluendo verso il populismo leghista-fascista e quello che proveniva da sinistra va a gonfiare l’astensionismo. Restano i fedelissimi, ma sembrano troppo pochi per costruire l’alternativa, pur se confusa e contraddittoria, che promettevano Grillo e Casaleggio e che è finita sui banchi del Parlamento europeo insieme alla destra nazionalista ed anti-europeista di Nigel Farange che in Emilia Romagna e Calabria sarebbe stata con Salvini, Borghezio e Fratelli d’Italia.

Grillo aveva però sicuramente ragione su una cosa e non di secondaria importanza: il voto al Movimento 5 Stelle era un argine al neofascismo. Quell’argine sembra essere crollato e si sta rivelando fragile come quello costruito sul Carrione a Carrara: troppo polistirolo rivestito di un sottile strato di cemento e fondamenta non in grado di reggere l’urto della piena. Ma quell’argine vero dovrebbe essere una sinistra vera a rappresentarlo. Invece ad affrontare Salvini sono stati lasciati da soli i giovani disperati ed arrabbiati dei centri sociali, uno specchio duramente ideologico  nel quale ai fascio-leghisti piace molto riflettersi per trasmettere l’immagine rassicurante della forza d’ordine attaccata dai sovversivi-comunisti-mondialisti.

Resta l’incredibile suicidio per supponenza, settarismo  ed elitarismo di una sinistra abbandonata dai suoi stessi elettori, considerata alternativa necessaria ma non percorribile con questo tipo di rappresentanza politica, mentre le piazze si gonfiano di bandiere rosse e della rabbia dei metalmeccanici e della disperazione dei precari e dei licenziati.

Se la sinistra non vuole rassegnarsi all’ininfluenza e ad assistere democraticamente orripilata ad uno scontro tra due minoranze, tra un centro interclassista – ormai lontano dallo stesso cristianesimo sociale di Papa Francesco ed ancor più alieno alla sua ecologia dei poveri – ed una destra leghista-fascista che organizza la Vandea “cristiana” – che vede le parole di fratellanza il Papa argentino come fumo negli occhi -, allora quel che resta della sinistra, l’ultimo barlume di saggezza e generosità, deve dire basta, azzerare tutto, ripartire da una sconfitta che non è culturale ma politica ed addebitabile non ad un elettorato smarrito che si rifugia nella delusione di un’amara astensione, ma ai troppi capetti che preferiscono andare ai gay pride – e naturalmente questo non vuol dire che non ci debbano  andare – che a Tor Sapienza, a riprendersi nelle strade le periferie proletarie e disperate, quelle che prima presidiava con testarda militanza da soldato gramsciano  l’antico e modernissimo compagno 82enne di Gazebo.

Tutto il resto è ignobile declino di una sinistra che ha abbandonato le fabbriche e la lotta per i convegni dotti dei professori, perché non sa più dire le parole chiare, scomode e popolari che dice Landini. E’ più nobilmente l’incomprensione di quella narrazione vendoliana, che per un breve periodo è  stata affascinante ma non è stata mai portata a compimento in un corpo politico vero, chiaro organizzato, coerente ed unitario.

Di fronte alla Vendea neofascista c’è bisogno più che mai di qualcuno, di qualcosa, di un corpo collettivo, di un partito del nuovo socialismo… che rimetta a nuovo le bandiere della sinistra del XXI secolo: il rosso della dignità del lavoro, il bianco della pace ed il verde dell’ambiente e della speranza di un mondo migliore per tutti gli esseri umani. Ma per far questo, è doloroso ma inevitabile dirlo, chi è stato protagonista di questa triste stagione di incomprensibile declino, di troppe parole, doppiezze, furbizie, convenienze deve farsi per una volta generosamente da parte, perché quelle nuove bandiere non possono sventolare in stanze chiuse.

La Sinistra non può credere di ripartire dall’anti-renzismo, o da rifondazioni illusorie abortite ad ogni elezione, deve ripartire da sé stessa, dal lavoro, dalla giustizia sociale e dall’antifascismo… dalle parole eternamente nuove del vecchio di Tor Sapienza.