Che fine ha fatto il federalismo? Quando i secessionisti diventano difensori dell’identità italiana

[10 dicembre 2014]

Ora che Matteo Salvini, leder della Lega Nord della Padania federalista (o anche meglio secessionista) è andato in pellegrinaggio dallo Zar di tutte le Russie Vladimir Putin, uno che il federalismo lo ha coniugato spianando la Cecenia, usando il pugno di ferro nel Caucaso dei “culi neri”, annettendosi l’Ossezia del Sud, l’Abkhasia e la Crimea e riducendo le repubbliche e i territori autonomi ereditati dall’Unione Sovietica a pure finzioni, ora che il ballonzolante ariano/padano Borghezio sfila alla testa delle milizie neo-fascio-nazi-nazionaliste romane nella sua indecente crociata contro gli immigrati, mentre lo stesso Salvini stringe un’alleanza di ferro con Marine Le Pen, una che il federalismo lo vede come il fumo negli occhi, che gira sull’indissolubilità dello Stato francese e il cui padre riannetterebbe l’Algeria e ristabilirebbe il protettorato sulle ex colonie per tenere meglio in gabbia e al loro posto musulmani, arabi e neri … ci si chiede che fine abbia fatto il federalismo che andava tanto di moda fino a pochi mesi fa, quando i governi si facevano e sfacevano in base ai capricci federalisti di Umberto Bossi e l’improbabile ministro Calderoli inaugurava sedi distaccate del governo centrale, ma già federale in pectore, a Monza.

Gli unici a guardia del bidone con un fantasma dentro sembrano quelli della Lega Nord del Veneto, forti di un referendum farsa sull’indipendenza e che forse nessuno ha avvertito della svolta nera e nazionalista di Salvini e Borghezio.

In questo clima si ode l’inudibile fino a pochi mesi fa: il presidente PD della Regione Toscana dice che bisogna rivedere il numero e i confini  delle Regioni con una forte cura dimagrante, cominciando dall’abolizione di quelle a statuto speciale  dall’accorpamento delle altre, il presidente della Regione Campania (Forza Italia) chiede l’abolizione delle Regioni e la loro sostituzione con macro-entità  che rispondano direttamente al governo centrale. Applausi dalla platea e silenzi dalla (ex)Padania.

Ma la moda federalista sembra passata anche nella politica partitica, visto che il nuovo segretario della Federazione livornese del PD, Lorenzo Bacci, ha annunciato una grande novità: la proposta di unificare le federazioni di Livorno e della Val di Cornia-Piombino-Elba… peccato che fossero già unite molto tempo fa, quando esisteva ancora il PCI e la federazione comunista livornese era, insieme a quella di Reggio Emilia, la più potente d’Italia, e un sindaco 5 Stelle (o di qualsiasi altro partito) a Livorno non sarebbe stato nemmeno possibile nel libro più ardito di fanta-politica  futuristica.

Il fantasma del federalismo non aleggia più in Italia, se non nei sogni etilici di qualche venetista, ma la sua scomparsa è stata così repentina e senza rimpianti, senza recriminazioni e reduci delle ronde maroniane  in camicia verde, da chiedersi di cosa abbiamo parlato per anni, quando la Repubblica federale, il fisco federale, i Partiti federali sembravano la certezza e il futuro, quando siamo addirittura scivolati nel federalismo ambientale e delle aree protette (con il disastroso risultato dello spezzatino del Parco Nazionale dello Stelvio), quando Aree marine protette che dovevano essere istituite in base a leggi  e accordi europei e internazionali (vedi Arcipelago Toscano) non sono state istituite per il capriccio autonomista di qualche sindaco di un paese di 2.000 abitanti al quale era stato dato il diritto di veto su una risorsa nazionale e sulla realizzazione della più grande Amp del Mediterraneo.

Ora che Borghezio canta con la mano sul cuore l’Inno di Mameli circondato da una falange di camerati festanti, ora che Salvini ha tirato fuori il tricolore dal gabinetto di Umberto Bossi, ora che le sorgenti del Dio Po sembrano essersi seccate e la Pianura Padana è stata restituita all’Italia, viene soprattutto da chiederci quanto ci sia costata – anche economicamente e politicamente – questa ubriacatura federalista che è stata prima il pilastro e poi la stampella dei governi più distruttivi e generatori di illegalità diffusa della storia italiana recente. Una sbornia dalla quale ci siamo risvegliati con un Paese più spappolato e più corrotto, senza più una vera classe politica dirigente, terra di conquista nella quale gli ex federalisti si riciclano senza autocritica alcuna in nazionalisti che si ispirano al conservatorismo nazionale putiniano e al noefascismo identitario della Le Pen. Da federalisti da farsa a colonizzati culturalmente, antieuropeisti che parlano scimmiottando il francese e russo, che dicono camarade a Parigi e tovarisc a Mosca.

Per capire cosa è successo forse bisogna tornare molto indietro, quando l’Italia federale delle cento Patrie una volta tanto cara a Matteo Salvini esisteva davvero, ma bisogna dare la parola all’inventore della lingua italiana che sicuramente Borghezio non amerà, quel Dante Alighieri che scriveva nel Canto VI del Purgatorio della Divina Commedia: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!». Un bordello che, nonostante gli ammonimenti di Dante, siamo riusciti a rifare anche grazie al ridicolo fantasma del federalismo padano, al quale non credono più – se mai ci hanno creduto – i leghisti.

Forse, il Sommo Poeta dal suo Paradiso o dall’Inferno si chiederà come mai ci abbiano creduto anche gli altri – quelli della politica eternamente nuovista e riformista – precipitando in questo girone, in questo buco nero dell’illogicità e del rovesciamento della politica, nel quale gli ex secessionisti di Pontida diventano difensori lepenisti dell’identità italiana.