Felicità in sconto: torna a crescere la qualità della vita in Italia

Nel nostro Paese le performance economiche peggiori d’Europa, ma il benessere percepito cresce. Perché?

[22 novembre 2016]

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Torna ad aumentare la soddisfazione per la propria qualità di vita percepita dalle famiglie italiane. Secondo l’indagine campionaria condotta dall’Istat tramite l’invio di questionari cartacei a 24mila famiglie residenti, intercettate il primo trimestre di quest’anno, «nel 2016 la popolazione intervistata si dichiara decisamente più soddisfatta delle proprie condizioni di vita».

In particolare, migliora «la percezione della situazione economica di famiglie e individui e si conferma –sottolinea l’Istat – il miglioramento, registrato già a partire dal 2014, su aspetti relazionali (famiglia e amici), salute e tempo libero. I segnali positivi emersi negli scorsi anni si manifestano anche nella valutazione degli individui sulla propria situazione personale».

Così, dopo il forte calo evidenziatosi tra il 2011 e il 2012 – anni di grave recessione e austerità – il 2016 torna ad essere «il primo anno in cui il giudizio di soddisfazione per le condizioni di vita aumenta». In media, gli italiani danno un bel 7 (su una scala da 1 a 10) alla qualità della propria vita. Nel 41% dei casi il voto va da 8 a 10 – in crescita rispetto al 35,1% dei casi dell’anno scorso –, un altro 41,7% degli italiani dà un voto tra 6 e 7 alla propria vita, e solo il 15% la valuta con punteggi più bassi (0-5).

Da cosa dipende questa ventata di benessere? A guardare dati più oggettivi (il che non significa automaticamente più importanti) rispetto a quelli percepiti dalla cittadinanza c’è di che rimanere interdetti. A titolo d’esempio, basta sfogliare il rapporto Sustainable development in the European Union pubblicato oggi dalla Ue.

Alcuni dati. In termini reali il Pil procapite italiano è precipitato in questi anni (dal 2000 al 2015) più che in ogni altro paese europeo, peggio anche dei nostri cugini greci; se la media continentale parla di un incremento pari al +1% medio annuo, nel caso italiano il dato è invece addirittura negativo: -0,5% (in Grecia –0,2%). Non va meglio guardando i dati sulla disoccupazione: in questo caso la casella del dato peggiore viene occupata dalla Grecia, all’Italia va il penultimo posto in Europa. Basta però andare ad osservare la dimensione dei Neet – ovvero i giovani non occupati né inseriti in un percorso scolastico o formativo – per recuperare rapidamente l’ultima posizione continentale: nel nostro caso il 27,0% dei giovani rientra nella categoria Neet, agli antipodi rispetto ai Paesi Bassi (6,2%).

Ricapitolando, dunque, in Italia stiamo sperimentando l’andamento del Pil procapite più negativo d’Europa, il secondo più alto dato relativo alla disoccupazione e la maggiore quantità di giovani abbandonati a sé stessi. Eppure, la soddisfazione della vita percepita dagli italiani non solo è più che buona, ma anche in crescita. Perché?

Sarebbe presuntuoso oltre che inutile provare a rispondere compiutamente in queste poche righe, quando numerosi e qualificati scienziati sociali sono occupati da anni a indagare il benessere. Certamente, la rilevazione Istat mostra come la felicità non possa essere ricercata soltanto nella dimensione economica: prenderne consapevolezza è un passo fondamentale nella ricerca di uno sviluppo più sostenibile.

Al contempo, preoccupa la possibilità che dietro i questionari Istat possa annidarsi una crescente rassegnazione, giunta a maturazione dopo anni di crisi. Nell’ambito dell’economia comportamentale è stato individuato un meccanismo psicologico costantemente all’opera nell’essere umano: l’adattamento edonico. Tale meccanismo ipotizza che il livello di felicità di una persona, di fronte a un cambiamento positivo o negativo delle circostanze, cambi nell’immediato per poi adattarsi rapidamente alla mutata situazione e torni a normalizzarsi. Almeno entro certi limiti. Ad esempio, già negli anni ’70, studiando un gruppo di vincitori milionari di una lotteria statunitense è stato verificato che a distanza di tempo dalla vincita «il livello di benessere soggettivo dei fortunati – spiega l’economista Luciano Canova nel suo Scelgo, dunque sono – non era significativamente più alto di quello mostrato dal gruppo di controllo. È come se ci si abituasse a un nuovo standard, che diventa dunque un diverso punto di riferimento rispetto al quale valutare la propria felicità».

Uno standard al ribasso, nel caso italiano, che potrebbe essere così diventato la nostra nuova normalità economica: i più “zero virgola” per Pil e occupazione registrati nell’ultimo anno, insieme a una soddisfazione «stabile» per relazioni familiari e amicali, salute e tempo libero percepita dagli italiani – esaminata anch’essa nel rapporto Istat, e certamente determinante nel quadro complessivo – potrebbero aver far fatto il resto. Con la crisi, anche la felicità arriva oggi con lo sconto.