Felicità, secondo l’Onu oggi il mondo sta meglio rispetto al periodo pre-crisi

Prima la Svizzera. L'Italia 50esima in classifica, ha subito uno dei tracolli peggiori

[24 aprile 2015]

Felicità, questa sconosciuta. Così difficile da definire, almeno quanto importante da raggiungere: negli ultimi anni, però, sembra siano stati fatti passi avanti in entrambe le direzioni. La felicità pare infatti più diffusa adesso, nel mondo dopo la recessione – o durante, dipende in quale angolo del pianeta si abita – che non prima. Nonostante in Italia possa sembrare un’affermazione stonata, a sostenerlo è una fonte quanto mai attendibile, l’Onu, con la terza edizione del suo World Happiness Report. Il documento, che è appena stato diffuso, è pubblicato in particolare dal Sustainable development solutions network (Sdsn), con cervelli del calibro di John F. Helliwell, Lord Richard Layard e Jeffrey D. Sachs come curatori. Come abbiamo già scritto su queste pagine, si tratta di una pubblicazione che «monitora a livello macroeconomico proprio l’andamento di questo indicatore di felicità, costruito sulla base di questionari somministrati a campioni rappresentativi della popolazione di diversi stati. Il concetto secondo cui il benessere debba essere misurato non soltanto attraverso il reddito, ma anche considerando altre dimensioni, non soltanto è una questione di buon senso, ma è anche un risultato riconosciuto dalla comunità scientifica».

I risultati del report sono stavolta più interessanti del solito per dare una pulitina alle lenti attraverso le quali si osserva il mondo. Comparando le osservazioni raccolte in 125 paesi negli anni 2005-2007 (ossia nel periodo immediatamente precedente la crisi finanziaria) e 2012-2014, l’Onu osserva che oggi 53 stati hanno registrato «significativi incrementi» nella felicità dichiarata dai propri abitanti, 41 «rilevanti decrementi», mentre i restanti 26 «non hanno mostrato significativi cambiamenti». I migliori 10 risultati si dividono nelle aree geografiche dell’America Latina e dell’Africa sub-sahariana (più Moldavia e Uzbekistan), mentre le perdite più importanti sono pressoché equamente suddivise tra Europa dell’ovest, Medioriente, Africa del nord, e ancora una volta Africa sub-sahariana.

Per chi se lo stesse domandando, la felicità in Italia ha subito un pessimo andamento: peggio di noi è andata solo all’Egitto e alla Grecia (ovviamente, le variazioni sono di tipo relativo; in valori assoluti l’Italia è invece 50esima in classifica); anche la Spagna della celebrata ripresa economica – ma dalla disoccupazione endemica – figura tra i 10 maggiori perdenti. Ed è quasi paradossale osservare come il Paese più felice al mondo, secondo l’Onu, stia appena al di là dai nostri confini: è la Svizzera, seguita da Islanda, Danimarca, Norvegia e Canada. Tranne quest’ultimo sono tutti stati europei, anche se nessuno di essi fa parte dell’eurozona – e forse non è un caso.

Cosa cambia in così pochi chilometri, da Roma a Lugano? Secondo i parametri messi in fila dall’Onu, le maggiori differenze tra Italia e Svizzera non sembrano risiedere nel Pil procapite, nel supporto sociale o nella durata degli anni vissuti in salute. Piuttosto, la differenza la fanno la sensazione di avere o meno la libertà di compiere le proprie scelte di vita, la generosità percepita, la diffusione della corruzione.

Tutti elementi che poco hanno a che fare col Pil – la cui dimensione rimane comunque importante –, ma che fanno la differenza tra una vita felice e una infelice. La speranza dei curatori del rapporto è che queste valutazioni abbiano una ricaduta concreta in un anno che si annuncia si spartiacque, nel bene o nel male. Nel 2015, oltre all’erede del Protocollo di Kyoto, la comunità internazionale dovrà definire gli Obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile che vorrà perseguire: i nuovi Millennium goals. «Gli Sdg – si spiega nel rapporto Onu sulla felicità – sono pensati per aiutare i paesi a raggiungere obiettivi economici, sociali e ambientali in armonia, portando in tal modo a livelli più elevati di benessere per le generazioni presenti e future. Quando i paesi perseguono l’obiettivo del Pil in modo sbilanciato, ignorando i target sociali e ambientali di primaria importanza, il risultato è spesso un impatto negativo sul benessere umano».

In un contesto mondiale diviso tra i paesi più piegati dalla crisi economica, come oggi l’Italia, e quelli ansiosi di raggiungere livelli di consumo più occidentali, questa dell’Onu è però un’osservazione tanto intelligente quanto poco condivisa. Progressi ci sono stati, ma l’imperativo per le istituzioni rimane più che mai una crescita economica quale che sia, quando va bene incidentalmente vestita di verde. C’è possibilità di un concreto cambio di rotta? Senza crescita, è la comune vulgata, non c’è consenso politico. Forse la verità anche in questo caso è però più sfumata. Come ha convincentemente illustrato l’economista comportamentale Dan Ariely nel suo ultimo Ted Talk, contano anche altre cose. Ad esempio, se interpellate in merito le persone desiderano un modo più equo di quanto comunemente si creda (e questo anche se al centro del dibattito ci sono gli iperliberisti Usa), e al contempo pensano di vivere in un mondo dove le disuguaglianze economiche sono molto meno accentuate di quanto in realtà non siano. La lezione sembra essere che le cose possono cambiare, se la storia viene raccontata nel modo giusto. Dovremmo saperlo bene in Italia, dove la ricchezza finanziaria privata sfiora la cifra monstre di 4mila miliardi di euro (e secondo Bankitalia arriva a 8.728 miliardi contando anche gli immobili), 2 volte il debito pubblico e 2,7 volte il Pil nostrano; peccato solo che sia il 10% più ricco della popolazione a detenere 2mila miliardi di euro, il 50% della ricchezza complessiva del Paese. Un dato che, scommettiamo, non contribuisce ad aumentare la felicità del restante 90% dei cittadini.

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