Quale economia circolare? Estrazione globale risorse aumentata del 65% in 1980-2007

Femia: «Dare alla natura valori monetari è operazione carica di contenuti ideologici»

«Applicare una valutazione economica a qualcosa di indispensabile per la vita come l’intero sistema naturale è paradossale»

[11 agosto 2016]

uomo natura biodiversità

Di strada da fare, concretamente parlando, per realizzare un’economia davvero circolare ne rimane molta (si veda qui: http://goo.gl/V5DEVP) .  Nonostante l’incremento della produttività delle risorse, l’estrazione globale delle stesse è aumentata del 65% solo tra il 1980 e il 2007; si è oggi pressoché stabilizzata nei paesi Ocse, ma continua a crescere nei “mercati emergenti” tanto da far stimare all’Agenzia europea per l’ambiente un nuovo raddoppio al 2030. Un trend che si intreccia in modo inestricabile con quello delle disuguaglianze: ad oggi circa il 40% dell’estrazione globale di risorse è connessa al cibo e al legno, e complessivamente il “consumo” medio giornaliero a persona nei paesi G8 ammonta a circa 50kg di materiali (il doppio della media globale).

L’ambiente, le risorse naturali e i ‘servizi’ che esso ci fornisce (in definitiva, tutto ciò che serve al mantenimento delle condizioni della vita umana), sono un presupposto essenziale di ogni produzione e riproduzione, a partire da quella dei corpi umani.

Alla luce di questo dato di fatto definire la natura come “capitale naturale”, e pretendere di assegnare alla natura stessa (ai servizi ecosistemici) valori monetari finiti, è un’operazione carica di contenuti ideologici. Dei molteplici significati della parola “valore”, uno solo – quello proprio dell’economia di mercato – viene eletto a metro e rappresentante universale di tutti, con pericolosa riduzione e appiattimento di tutti i “valori” (funzionali, etici, estetici…) – al “valore” per eccellenza del nostro tempo, quello del mercato.

È un’operazione che richiede innanzitutto un’accettazione astratta, pregiudiziale, aprioristica della scambiabilità di tutte le cose, la rinuncia non solo alla sacralità (da laici, a quella potremmo pure rinunciare) ma anche all’indispensabilità per tutti gli elementi della natura. Nel momento in cui si pensano come rappresentabili da una quantità finita di moneta, gli elementi della natura diventano idealmente scambiabili, cioè trasformabili in qualcos’altro o addirittura compravendibili. L’ideologia non è tanto nell’accettazione della possibilità di sacrificare parti di natura in nome di “valori” più alti, ma proprio nella accettazione della moneta, del valore economico, come criterio di misurazione e valutazione.

Simili valutazioni peraltro non possono che essere basate su valori di scambio “al margine”, con tutto quel che ciò significa e comporta. Sul piano squisitamente tecnico, la valutazione monetaria dei servizi ecosistemici e dei beni ambientali, peraltro, rimanda a varie sfide aperte, sia a livello pratico che concettuale. In generale, applicare una valutazione economica a qualcosa di indispensabile per la vita come l’intero sistema naturale – come hanno fatto ad esempio Costanza e altri – è paradossale. Direi che si tratta di mere speculazioni accademiche se non pensassi che, consapevolmente o meno, si contribuisce alla legittimazione ideologica di una mercificazione della natura che è pericolosa in quanto presupposto della sua distruzione. Questo vale soprattutto per fenomeni quali l’espansione delle monoculture da esportazione nei paesi tropicali, spesso coperte da meccanismi di cosiddetta compensazione basati sulla stessa logica delle valutazioni monetarie,  il “land grabbing” da parte delle multinazionali agro-industriali e altre espressioni contemporanee di creatività capitalistica, la cui espansione nell’immaginario consiste nell’applicazione dell’etichetta di “capitale” non solo alla natura ma anche alle qualità umane e alle strutture sociali: tutto assume “valore” in quanto fattore di produzione, e se esistono altri “valori”, anche questi saranno valutati monetariamente. Non ci vuole Roland Barthes per leggere in questa riconduzione universale del valore al simbolo dell’euro una colonizzazione dell’immaginario parallela a quella del mondo reale, né Marcuse per vedere che l’uomo-capitale umano è quello a una dimensione sola».

Di certo, tornando dal piano ideologico a quello normativo, se l’ambiente viene posto a vincolo – cioè viene dichiarato non negoziabile – è il funzionamento dell’economia che si deve adeguare – come suggerisce tutto il complesso dell’economia ecologica, ed il contrario di quanto praticato nell’attuale modello di sviluppo. In tal caso considerare il punto di vista economico significa valutare la misura in cui l’economia deve mutare nella sua dimensione materiale, definire percorsi evolutivi plausibili di tale dimensione e dunque raggiungere la compatibilità con i vincoli ambientali.

In definitiva, l’enfasi dovrebbe spostarsi dalla retorica del “valore” alla conoscenza dei rapporti tra grandezze fisiche (ad esempio, impiego di energia/produzione fisica; input materiali/output verso l’ambiente) che realmente possono fornire misure di efficienza particolarmente idonee al monitoraggio e all’indirizzo dell’economia circolare. Un’economia la cui realizzazione richiede che la produttività delle risorse cresca più di quella del lavoro, e che si volga a nuovi orizzonti un legame del quale non accenna a cambiare la sostanza, poeticamente espressa da Primo Levi (Il sistema periodico): «Onore al piccone e ai suoi più moderni equivalenti; essi sono tuttora i più importanti intermediari nel millenario dialogo fra gli elementi e l’uomo».

di Aldo Femia, primo ricercatore dell’Istat, per greenreport.it