Ancora oggi nel bacino dell’Arno 30mila frane, e il consumo di suolo cresce

Firenze e l’eredità dell’alluvione al tempo dei cambiamenti climatici

Per la prevenzione contro il rischio idrogeologico 260 milioni di euro nel 2016, per le emergenze 3,5 miliardi

[4 novembre 2016]

La mattina del 4 novembre 1966, esattamente 50 anni fa, l’Arno esondò e Firenze insieme a mezza Toscana (nel resto d’Italia anche i territori del Veneto e Friuli Venezia Giulia furono duramente colpiti dalle esondazioni) finì sommersa da acqua e fango. Ne emersero devastazione e 35 cadaveri, ma anche una nuova, palpitante speranza. Nella capitale del Rinascimento accorsero da tutto il mondo i cosiddetti “Angeli del fango” – alcuni dei quali sono oggi tornati a Firenze per celebrare l’anniversario –, ragazze e ragazzi che diedero l’impulso per far sbocciare in Italia l’esperienza del volontariato. Anche le istituzioni risposero in modo vigoroso: dall’alluvione di Firenze nacquero le Autorità di bacino e il servizio di Protezione civile, con la Commissione interministeriale presieduta da Giulio De Marchi che predispose (nel 1970) un Piano di protezione idrogeologica per tutto il Paese: da allora sappiamo che per proteggere l’Italia dal rischio idrogeologico servirebbero circa 40 miliardi di euro, stima recentemente confermata dal ministero dell’Ambiente.

L’amara verità è che dall’alluvione di Firenze ne abbiamo spesi oltre quattro volte tanto, ma non in prevenzione. «Per far fronte al dissesto idrogeologico – evidenzia oggi il Wwf pubblicando il suo Dossier fiumi è stato stimato un fabbisogno di 44 miliardi di euro, una cifra decisamente inferiore ai circa 175 di miliardi di euro spesi negli ultimi 50 anni: basta considerare che spendiamo, prevalentemente in emergenze, circa 3,5 miliardi di spesa all’anno». In compenso, a fronte di una situazione così grave e nonostante i numerosi annunci governativi, la legge di Stabilità 2016 nell’anno in corso «per la messa in sicurezza del territorio e per interventi di manutenzione solo 260 milioni di euro».

L’Italia sconta anche il ritardo nell’applicazione delle importanti direttive europee “Acque” (2000/60/CE) e “Alluvioni” (2007/60/CE), sottolineano dal Panda, e nel mentre si è irresponsabilmente continuato a costruire in aree pericolose, così in Italia – secondo i dati riportati dall’Ispra quest’anno – la percentuale di suolo consumato all’interno delle aree a pericolosità idraulica elevata è del 7,3%, mentre è del 10,5% nelle aree a pericolosità media, lasciando oltre 7,7 milioni di italiani a rischio idrogeologico.

È indispensabile raccogliere la sfida dell’Accordo di Parigi, entrato proprio oggi in vigore a livello internazionale, e promuovere un piano di adattamento ai cambiamenti climatici, che con il loro avanzare non fanno che mettere ulteriormente a rischio un territorio già fragile come quello italiano e toscano in particolare.

«Invertire la rotta è possibile ma non c’è più tempo per ulteriori improvvisazioni – commenta la presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi – È necessaria una forte integrazione tra la Struttura di missione ‘Italia Sicura’, nata per affrontare l’emergenza idrogeologica, e la Struttura di missione ‘Piano Casa Italia’ che si occuperà della prevenzione in campo sismico e alluvionale, che fanno entrambe capo alla presidenza del Consiglio dei ministri e tra queste e il gruppo di lavoro promosso dal ministero dell’Ambiente che sta definendo il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici».

Entrambe le strutture di missione sono state inaugurate dall’attuale governo, ma è ora più che mai indispensabile dotare di adeguate risorse quelle che altrimenti rischiano di rimanere poco più che scatole vuote. «Dal 1966 – ammette anche il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi – poco è stato fatto in Italia». Per quanto riguarda invece il livello regionale, «facciamo al meglio tutto ciò che è nelle nostre possibilità. Dal 2012 – afferma Rossi – come Toscana abbiamo deciso di spendere ogni anno 80-100 milioni per la sicurezza idrogeologica». Risorse importanti, ma è vero anche che non tutto luccica, anche entro i confini regionali: proprio dal 2012, sottolinea ancora il Wwf, il consumo di suolo entro la fascia di 150 metri dei fiumi è aumentato di un ulteriore 7,2% in Toscana, indebolendo ulteriormente le già magre difese del territorio contro il rischio idrogeologico.

«A 50 anni dall’alluvione di Firenze, molto è stato fatto per prevenire simili eventi, ma ancora oggi – conclude Maria Teresa Fagioli, presidente dell’Ordine dei geologi della Toscana – si lamenta scarsità di programmazione e la situazione sul fronte del dissesto non è delle migliori». Solo guardando al bacino dell’Arno sono censite, ad oggi, circa «30mila frane tra attive, quiescenti e non attive. Di queste meno del 10% incide su insediamenti o infrastrutture», ma un solo evento catastrofico può costarci moltissimo. Come afferma Mauro Grassi, direttore di Italia Sicura, «si ipotizza, in caso di alluvione adesso, un danno di 7 miliardi solo a Firenze». Stavolta forse sarebbe meglio pensarci prima.