Crisi finanziaria e invecchiamento della popolazione tra le cause del rallentamento

Fmi, non c’è più la crescita di una volta. L’economia mondiale ha abbassato i propri «limiti di velocità»

La Borsa italiana recupera i livelli del 2008, mentre la disoccupazione è raddoppiata (e nel 2017 sarà ancora a livelli simili)

[8 aprile 2015]

Anche se in punta di piedi, la crescita economica si sta riaffacciando nella vecchia Europa. Stando ai dati contenuti diffusi oggi nell’Eurozone economic outlook – una pubblicazione elaborata congiuntamente dall’Istituto di studi e previsione economica tedesco (Ifo), dall’Istituto francese (Insee) e dall’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) – il Pil dell’area euro «ha lievemente accelerato nel quarto trimestre del 2014 (+0,3%)» e, secondo le indicazioni disponibili, anche nel primo trimestre del 2015 «l’attività economica è attesa accelerare (+0,4%), sostenuta dal calo dei prezzi del petrolio e dal deprezzamento dell’euro».

I tre istituti prevedono che il Pil «continui a crescere a un ritmo costante nei primi tre trimestri di quest’anno (+0,4%)», e soprattutto che grazie alla «moderata ripresa economica, le condizioni del mercato del lavoro sono attese migliorare nell’orizzonte di previsione e l’occupazione è attesa crescere ad un ritmo contenuto». Come sempre le previsioni sulla crescita, nonostante l’autorevolezza della fonte, hanno un’affidabilità statistica alquanto scarsa. E purtroppo sono proprio le prospettive più importanti, quelle legate al mercato del lavoro, ad alimentare i dubbi più grandi.

Nell’ultima rilevazione mensile, proprio l’Istat ha segnato a 12,7 il tasso di disoccupazione in Italia (e solo al 55,7% quello di occupazione), e tutte le stime disponibili non inducono a grandi ottimismi per il prossimo futuro. Anche nella composizione del pool di disoccupati non sembrano affacciarsi rilevanti novità: giovani, donne e Mezzogiorno sono le parole dove più si concentra la sofferenza. Dietro gli slogan e la propaganda politica, quello che piuttosto sembra mutare sono le prospettive per il medio-lungo periodo.

Stiamo silenziosamente scivolando da prospettive che disegnano una crescita del Pil seguita successivamente da una ripresa dell’occupazione a altre che non solo non vedono un rilancio del lavoro, ma concedono poco spazio anche a quello del Prodotto interno lordo. Recentemente a sollevare lo spettro di una stagnazione secolare è stato Larry Summers, ex Segretario al Tesoro Usa e già rettore dell’università di Harvard. Ieri, anche il Fondo monetario internazionale si è buttato a capofitto nel dibattito con lo studio Where are we headed? Perspectives on potential output, di cui il ricercatore italiano Davide Furceri è coautore. La crisi finanziaria globale, sostengono gli autori del Fmi, ha indebolito la crescita potenziale dell’economia nel medio periodo a livello globale – sia nei paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo. Il progressivo invecchiamento della popolazione sta facendo il resto (la spesa per pensioni della sola Italia è aumentata di 20 miliardi di euro negli ultimi 3 anni), e a subire i contraccolpi peggiori è proprio il mondo del lavoro. L’economia mondiale ha abbassato i propri «limiti di velocità», una tendenza che senza azioni politiche mirate potrebbe «rallentare l’aumento del tenore di vita in futuro». Il dibattito accademico è in realtà ancora diviso su possibilità e implicazioni di scenari simili, ma dietro le quinte il dogma della crescita inizia a vacillare. Nella situazione attuale, questo cosa significa per l’Europa e l’Italia?

Interessanti indicazioni vengono dalle previsioni pubblicate pochi giorni fa dalla Bce, e recentemente riassunte sul Corriere della Sera dall’economista Lucrezia Reichlin. Ottimisticamente, la Banca centrale europea suggerisce che nel 2017 l’eurozona tornerà alla sua crescita potenziale del Pil del 2%. Ma anche in questo roseo caso, lo stesso anno «il tasso di disoccupazione sarà del 9,9%, neanche due punti più basso di quello di oggi. Poiché questo corrisponde alla crescita potenziale, la previsione implica che, nell’eurozona, il cosiddetto tasso «naturale» di disoccupazione, cioè quello che si realizzerà quando tutti gli occupabili avranno trovato lavoro, è quasi del 10%. Questo 10% non scomparirà con la ripresa e per quanto definito naturale nel linguaggio tecnico, di naturale ha ben poco. Se a questo 10% si aggiungono le persone che non cercano un impiego attivamente in quanto scoraggiate, e si considera che questo numero è composto in gran parte di disoccupati da lungo tempo, stiamo quindi dicendo che la zona euro — una delle più ricche economie del pianeta — dovrà imparare a convivere con un esercito di esclusi dal mercato del lavoro. Questi sono i numeri di tutta l’eurozona: Nord e Sud. L’Italia è messa ben peggio».

In questo mare magnum di montante incertezza, le uniche a cavarsela bene sembrano essere le Borse, con i mercati finanziari abbondantemente innaffiati di liquidità in questi lunghi anni di crisi, a spese dei bilanci pubblici. Piazza Affari ieri ha toccato valori che non si vedevano dal lontano crack di Lehman Brothers, mentre dal 2007 a oggi il numero di disoccupati italiani è raddoppiato fino a raggruppare 3,4 milioni di persone. Parlare di ripresa diventa difficile, e continuare a confinare il dibattito sul futuro della (non) crescita fuori dalla dialettica politica non contribuirà a risolvere il dramma dei nostri giorni.