In Italia la ratifica dell’Accordo di Parigi ancora in via di «definizione». E la CO2 cresce

G20, qual è il ruolo dell’Europa dopo l’asse Usa-Cina sul clima?

È ancora il continente più ricco, ma rinunciando a investimenti verdi e innovazione rimane solo l’auto-condanna al declino

[5 settembre 2016]

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Si è appena concluso in Cina l’ultimo summit del G20, che assicura – come si legge in una bozza delle conclusioni del vertice – un impegno comune per «stimolare una crescita inclusiva, solida, sostenibile e l’occupazione». Con poche variazioni, una formula vuota che viene ripetuta ormai da anni senza che gli auspici riescano poi a concretizzarsi. Eppure stavolta almeno una scintilla si è accesa a Hangzhou. Alla vigilia del vertice, Barack Obama e Xi Jinping, in rappresentanza di Usa e Cina – rispettivamente il 4,4% e 18,7% della popolazione mondiale, il 22,2% e 13,4% del Pil globale, complessivamente il 38% delle emissioni di CO2 – hanno annunciato la ratifica dell’Accordo di Parigi sul clima.

L’obiettivo, definito nel dicembre dello scorso anno, è quello di mantenere il riscaldamento globale entro i +2°C e fare tutto il possibile perché l’incremento non sia superiore a +1,5 °C. L’Accordo, firmato a Parigi da 195 Paesi più l’Ue, finora era stato ratificato da solo 24 paesi che rappresentano poco più dell’1% delle emissioni globali di gas a effetto serra: per entrare in vigore i Paesi devono essere minimo 55i, a rappresentanza di almeno il 55% delle emissioni globali di gas a effetto serra.

C’è da chiedersi quale ruolo sarà esercitato dall’Ue come dall’Italia. «Nella cornice dell’ambizioso impegno europeo – dichiarano in una nota congiunta il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – l’Italia è a lavoro per definire la sua legge di ratifica, con l’obiettivo di trasmetterla entro settembre alle Camere e di poter completare l’iter parlamentare nel più breve tempo possibile». Un modo più elegante per dire che, dopo quasi nove mesi dalla prima firma, ancora la ratifica non c’è.

La firma non è in dubbio, ma evidentemente neanche in cima all’agenda politica. È questo l’aspetto che più inquieta. Nonostante standard ambientali ancora ben oltre la media globale, l’Europa (e con essa l’Italia) sta lentamente abdicando dal ruolo di leader nella transizione ecologica a livello mondiale, esercitando piuttosto un ruolo da comprimario.

Mentre nel 2015 il Pil globale è cresciuto del 3,1%, le emissioni di CO2 sono rimaste sostanzialmente ferme; in Cina sono calate dell’1,5%, negli Usa del 2%. Nell’Ue al contrario sono cresciute, segnando nel caso italiano un sonoro +2% (col Pil cresciuto neanche della metà, +0,8%). Sempre in Italia gli investimenti in rinnovabili sono un trentesimo di quelli raggiunti durante la massima espansione (2011), e a guardare le dinamiche dell’economia circolare non c’è da rasserenarsi. Nonostante una naturale propensione delle imprese a far tesoro delle poche materie prime storicamente disponibili nel nostro Paese, ancora neanche abbiamo chiara l’idea di quali e quanti flussi di materia attraversino la nostra economia.

La buona notizia è l’Europa (e con essa l’Italia) è tutt’altro che predestinata a un ineluttabile declino. Certamente il ruolo dell’Occidente tutto verrà ridimensionato dall’ascesa dei Paesi emergenti, ma vista nel suo insieme l’Ue rappresenta ancora la fetta più rilevante del Pil mondiale (il 23,8%, quasi un quarto del totale), suddiviso per appena il 6,9% della popolazione globale. Nessuno fa meglio di noi, conservando oltretutto un sistema di welfare che – nonostante crepe sempre più profonde – conserva i migliori esempi disponibili.

Forte di questa supremazia economica come della retorica che la vede come faro della civiltà, l’Europa ha lanciato per prima il sasso della rivoluzione verde, ritirando poi prematuramente la mano. Le conseguenze sono tornate a denunciarle da  Aegis Europe, l’alleanza che riunisce molti settori industriali europei, proprio in occasione del G20: «L’offerta nel settore solare è 1,3 volte la domanda globale, nel silicio è due volte il consumo mondiale». L’Europa nel fotovoltaico ha fatto da apripista a livello globale, abbattendo i costi della tecnologia per poi finirne travolta. Di fronte a tali storture è utile e giusto strutturare dazi all’import, ma non basta.

«La Ue – osserva oggi l’economista Mariana Mazzucato su la Repubblica – non è stata in grado finora di varare serie politiche per l’innovazione, puntando su settori strategici e avendo anche il coraggio di finanziare come committente, al pari di quanto fanno gli Stati Uniti o la Cina, le singole società più avanzate. Solo così un ecosistema simile a quello della Silicon Valley potrà nascere da questa parte dell’Atlantico. Peccato che programmi virtuosi di questo tipo nell’Unione siano addirittura vietati come aiuti di Stato». Otto anni di crisi e poi stagnazione dimostrano come qualcosa nel modello europeo, ossessionato dal fantasma dell’austerità, non funzioni. Per il momento l’Europa ha ancora in mano carte sufficienti per ribaltare le sorti della partita, ma giocando in rimessa non potrà che ottenere un risultato: perdere.