Falliti il Blitzkrieg propagandistico ed economico e la campagna di disinformazione

Grecia, la vittoria del NO: la speranza è così tenace da sembrare immortale

Varoufakis vince e si dimette per facilitare i negoziati con l'Ue

[6 luglio 2015]

Tsipras referendum

Ha ragione  Marco Revelli: la vittoria del NO al referendum in Grecia «non è solo una vittoria del governo e del popolo greco. E’ una vittoria di tutti gli europei che non hanno voluto smettere di credere nella democrazia. La paura è stata sconfitta. Clamorosamente. Il tentativo di seminare il terrore nell’elettorato, da parte dei principali esponenti delle istituzioni europee, a cominciare dal Governatore della Bce Mario Draghi (che togliendo l’ossigeno finanziario alle banche e al popolo greco si è assunto una responsabilità personale gravissima), è fallito. Di fronte all’aggressione violenta (anche se realizzata con i mezzi apparentemente incruenti della finanza) dei principali poteri europei i greci hanno dato una straordinaria prova di civiltà, di dignità e di coraggio che è insegnamento per tutti noi. Occorrevano davvero degli “eroi omerici” per resistere a quel ricatto, e sono stati all’altezza della loro storia migliore».

Quello a cui abbiamo assistito in questi mesi e soprattutto in questi ultimi giorni è un tentativo di colpo di Stato silenzioso, qualcosa di simile a quanto applicato in Cile dai Chicago Boys ma senza un Pinochet (essendo ormai il golpe fascista non più sperimentabile in un Paese Ue che lo aveva già subito), fatto di una incredibile pressione/intromissione politica/mediatica/economica nella libera espressione di un popolo chiamato alle urne per decidere del suo destino. Ancora ieri, mentre ormai l’esito del referendum era chiaro, un livido vicedirettore del Sole 24 Ore accusava Alexis Tsipras di non essere un vero leader perché non aveva imposto al suo popolo le ricette che non condivideva e lo aveva addirittura chiamato a decidere in un referendum che era previsto nel programma elettorale con il quale Syriza ha vinto le elezioni. Secondo molti abbacchiatissimi esperti che sfilavano in televisione, un vero leader europeo non mantiene le promesse elettorali, ma impone l’ortodossia economica neoliberista e l’austerity che hanno ridotto la Grecia così. Quasi nessuno però diceva che quelli che oggi si stracciano le vesti, dalla Merkel a Shultz a Junker, sono gli stessi che per anni hanno fatto finta di non vedere la cleptocrazia di Nea Democratia e del Pasok che spogliava la Grecia, il gigantesco furto delle Olimpiadi di Atene – che hanno innescato l’ultima slavina della crisi greca, ma magnificate dall’Unione europea e dagli ambienti finanziari che ci hanno fatto affari d’oro – i bilanci dello Stato truccati che i solitamente attentissimi cerberi dell’austerità e della parità di bilancio dell’Ue approvavano senza battere ciglio…

Forse i greci hanno avuto il difetto di votare Nea Democratia e il Pasok, ma quei partiti – che ieri cercavano un’astiosa rivincita su Syriza finanziati con generosi fondi dei loro amici europei –  fanno parte in Europa dei gruppi Popolare e Socialista & Democratico, determinavano e determinano le politiche dell’Ue insieme alla Merkel, a Shultz e Junker, è a loro che bisognava chiedere il conto non ai pensionati greci in fila alle banche per ritirare 100 euro di pensione che, secondo  la Troika, sono troppi. E’ ai politici democristiani e socialdemocratici europei che andavano a sostenere nei comizi i docili leader di Nea Democratia e Pasok che bisognerebbe chiedere il perché non hanno condannato la spoliazione sistematica di un Paese che ha portato ai bambini denutriti, ad un popolo con l’acqua e la luce staccate e che non può più curarsi, che ha trasformato la culla della civiltà europea in un Paese dove la gente si suicida per disperazione economica.

Quello che è successo in questi giorni sembra tratto dal libro “Shock economy” di Naomi Klein: sul referendum greco si è abbattuta una campagna di diffamazione e falsità mediatiche che probabilmente non ha precedenti dall’epoca della guerra fredda e un attacco economico/finanziario che ricorda quanto la Klein descrive in Russia e negli altri Paesi dell’est europeo dopo il crollo dell’ossificato “socialismo reale”. Ma se lì la tecnica della guerra economica era funzionale a spolpare e “indirizzare” quei Paesi verso il neo-liberismo selvaggio che poi hanno vissuto e che in Russia si è trasformato nel regime autoritario, nazionalista oligarchico putiniano, in Grecia, prima e dopo la vittoria di Syriza, la “guerra” è stata preventiva: si è tentato di soffocare in culla l’unico esperimento di sinistra presente in Europa, di eliminare dall’orizzonte politico qualsiasi alternativa alla grigia Europa dei burocrati che applica diligentemente ricette economiche disastrose, salva le banche e impoverisce popoli, che crede ormai che la democrazia sia solo quella cosa algida che è, immobile e voracemente immutabile,  dentro al recinto illuminato dai riflettori dell’alta finanza e delle multinazionali, un recinto al quale i governi nazionali ed europei sono chiamati a fare la guarda dalle loro garitte.  Nessuna diserzione e fuga è prevista, nessuno può uscire dal filo spinato di questa strana concezione della democrazia senza alternative, da fine della storia, mentre al di fuori dei confini della vecchia e satolla Europa – ma ora anche dentro – la storia grida e ribolle, sanguina e preme.

Il Blitzkrieg propagandistico ed economico, la schifosa e pesantissima  campagna di disinformazione terroristica lanciata da Berlino e Bruxelles contro il popolo greco e il suo governo – alla quale hanno purtroppo vergognosamente partecipato diversi, troppi, giornali e Tv italiani  ed alla quale il nostro premier non ha mancato di apportare qualche servile mattone – è probabilmente fallita per la rapidità di convocazione e tenuta del referendum voluto da  Tsipras e dal suo ministro dell’economia Yanis Varoufakis, due “alieni” della politica europea che hanno spiazzato le cariatidi della Grosse Koalition a guida liberal-conservatrice al potere a Berlino e Bruxelles. Il Blitzkrieg della Merkel è stato annullato dalla teoria dei giochi di Varoufakis e sotto le macerie di questa inattesa sconfitta rischia di rimanerci l’esangue socialdemocrazia europea, che ora ha di fronte una vera e nuova sinistra che ha oscurato i populismi di destra e che, ormai, rappresenta l’unica  vera alternativa al sistema che ha portato l’Europa e il mondo ad una crisi economica, politica ed ideale.

Da oggi l’Europa cambia e la Commissione europea, le cancellerie neoliberiste/socialdemocratiche farebbero bene ad ascoltare con attenzione quanto detto ieri sera da Tsipras alla Tv greca, dove ha ribadito che il referendum non riguardava l’uscita di Atene dall’euro, ma che bisogna rimettere il taglio del debito e la fine dell’austerity e lo strapotere delle banche al centro delle trattative. Tsipras ha sottolineato: «Abbiamo provato che la democrazia non può subire ricatti» e rivolgendosi al suo popolo ha detto: «Avete fatto una scelta molto coraggiosa. Il messaggio che mi date non è di rompere con l’Europa, ma di rafforzare la nostra posizione nei negoziati e di uscire dal vincolo dell’austerità (…) Torniamo domani al tavolo delle trattative per stabilizzare il sistema bancario e l’economia. L’Europa non può essere solo austerità, noi vogliamo Europa di solidarietà e democrazia».

Un’Europa che non è quella della Merkel e di Junker ma che dovrebbe essere – almeno per un’ormai sbiadita tradizione politica – quella di Shultz e Renzi. Un’Europa di sinistra che somiglia molto all’idea del mondo e dell’economia che ha Papa Francesco. Sta nella paura della deflagrazione di questa nuova idea di giustizia sociale ed economica la ragione il terrorismo mediatico ed economico scatenato contro il referendum greco.

Varoufakis, che sapeva benissimo che i falsi sondaggi su un presunto testa a testa tra No e Sì (con una vittoria risicata del Sì) erano solo propaganda in salsa greco/cilena,  esce vincitore da questo scontro con gli spompati sacerdoti del neo-conservatorismo che hanno utilizzato contro di lui e la Sinistra greca ogni tipo di diffamazione e già ieri, a urne ancora aperte, spiegava cosa succederà: «I creditori hanno rifiutato ogni proposta di trattativa, perché volevano umiliarci, volevano colpirci per la nostra resistenza. Da domani l’Europa inizi a curare le nostre ferite. La Commissione Ue deve giocare un ruolo positivo. Da domani  tenderemo una mano per collaborare con i nostri compagni e chiameremo tutti i nostri partner, uno ad uno, per trovare un luogo comune e definire un’intesa positiva per tutti. La ristrutturazione del debito è uno degli obiettivi. Ci proporremo al tavolo per cercare una soluzione di accordo favorevole a entrambe le parti». Poi Varoufakis, per facilitare i negoziati con l’Ue, si è dimesso da ministro e ha scritto sul suo blog che il referendum di ieri : «resterà nella storia come un momento unico in cui una piccola nazione europea si è ribellata alla stretta del debito», ma che, vista la «preferenza da parte di alcuni partecipanti all’Eurogruppo» per una sua assenza ai prossimi incontri lascia il suo incarico di ministro delle Finanze. Insomma, come ha detto lo stesso Varoufakis: «Noi della sinistra sappiamo come agire collettivamente con nessuna cura per i privilegi di ufficio», missione compiuta e mi faccio da parte, un’altra lezione di stile agli inamovibili politici e burocrati europei che resteranno al loro posto nonostante questa nuova bruciante sconfitta. Una dura lezione di stile anche per la sinistra italiana che acclama Varoufakis ma non ha certo dato molte dimostrazioni di questa «nessuna cura per i privilegi di ufficio»

Ora, fallito il suo Blitzkrieg, nuovamente sconfitta sul suolo greco, la coalizione germanica farebbe bene a discutere senza paraocchi ideologici con questi  strani partigiani descamisados che non sono rimasti assediati sulle montagne del Peloponneso ma che da Atene hanno sferrato un pacifico attacco alla fortezza neoliberista ed agli intoccabili bastioni dell’austerity. Tsipras, Varoufakis e i loro compagni saranno anche “alieni” atterrati nelle postmoderne sale dell’Unione europea e nel nuovo grattacielo della Bce, ma rappresentano milioni di greci e di europei, incarnano una nuova sinistra senza nostalgie ma che guarda al difficile futuro da costruire, un futuro dove la speranza potrebbe essere anche cominciata con un democratico Oxi, con uno scandaloso No.

E, guardando agli angusti orizzonti di casa nostra, questa ci sembra davvero la “rottamazione” necessaria per cambiare verso all’Italia e all’Europa, ma, nonostante le migrazioni di politici italiani di sinistra in Grecia o le tremebonde adesioni da parte del governo di centro-sinistra–centro-destra alla fallimentare linea della Shock Economy made in Germany, non vediamo all’orizzonte nessun Tsipras o  Varoufakis. Ma, come insegna la Grecia, la speranza è così tenace da sembrare immortale, anche nella disperazione.