Green economy e bellezza. Cogliati Dezza: «L’alternativa rinnovabile-fossile è qui e ora»

Su greenreport il presidente di Legambiente interviene nel dibattito inaugurato da Francesco Ferrante

[21 gennaio 2015]

Il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza (nella foto), ci scrive intervenendo sul vivace dibattito sviluppatosi intorno all’articolo di Francesco Ferrante, pubblicato da greenreport.it con il titolo “Uno spettro si aggira per l’Italia, la geotermia”. Alcuni riferimenti fatti da Cogliati Dezza  ad altri interventi li potete trovare nei commenti seguiti a quanto scritto da Ferrante. Ecco cosa scrive il presidente di Legambiente:

A parte quella che ormai è diventata una pura ossessione di Andrea Marciani sul gruppo dirigente di Legambiente, dando credito a falsità e bugie e che ormai mi fa anche un po’ sorridere tanto è irreale, a me sembra che sia arrivato il momento di fare un salto di qualità nella discussione su questi temi, perché ci troviamo di fronte ad un doppio vincolo.

Non c’è solo l’antagonismo rinnovabile-fossile, sul quale credo che sia facile schierarsi quando si parla di sistema generale o di scenari al 2050 (su cui in genere siamo tutti d’accordo, nessun avversario di un singolo impianto di rinnovabili, se non quelli foraggiati dai grandi produttori del fossile, si dichiarerà mai a favore del fossile).

Il problema diventa più complicato quando l’alternativa rinnovabile-fossile si cala sul qui e ora, su un luogo determinato e sui tempi della contemporaneità. E non è risolvibile con l’etichettatura del Nimby (che implica sempre, anche, un aspetto positivo, che è l’attaccamento per i propri luoghi, che sono parte della propria identità). In altre parole, quando si va a parlare di progetti specifici, e non più di sistema nazionale e di obiettivi strategici di lungo periodo, entrano in campo altri fattori, anche emotivi, sentimentali, di attaccamento ai propri luoghi, per come ognuno li ha conosciuti e li ha introiettati, di percezione dell’inutilità di quel progetto per la comunità locale, che meritano rispetto (ovviamente per chi parla in  buonafede) e che pongono un problema che non può essere liquidato con la banalizzazione “se sei contro le rinnovabili, allora sei a favore del fossile”.

Poi c’è l’opposizione di chi è immigrato in questi bei territori, che la storia ci ha lasciato trasformati da secoli di lavoro, e che si è trasferito qui per sfuggire al caos urbano perché qui ha trovato lo scenario ideale per il soddisfacimento di propri legittimi bisogni esistenziali.

Quello che accomuna questi due atteggiamenti (ripeto, che a me sembrano assolutamente naturali e legittimi) è che ogni cambiamento estetico del paesaggio viene visto come un furto, una ferita, un’offesa a un proprio bisogno, a un proprio diritto conquistato.

Poi c’è chi carica questi desideri e bisogni di sovrastrutture ideologiche (il pericolo della combustione, in Italia non c’è vento, contrapposizione food-nofood, ecc. ecc.) e la discussione si impantana perché diventa immediatamente scontro tra tifoserie in cui il nucleo della discussione non è più sciogliere i nodi veri del problema e trovare la soluzione nel conflitto paesaggio-rinnovabili, ma scaricare il proprio rancore contro chi la pensa in modo diverso, offendere, calunniare.

Oggi abbiamo la possibilità di fare un passo avanti, perché il vantaggio prodotto dalla diffusione delle rinnovabili (in termini di bilancia energetica, di riduzione del costo dell’energia, di riduzione dei danni alla salute provocati dall’inquinamento delle grandi centrali, ecc.) è un dato inequivocabile e può liberare la discussione da sovrastrutture ideologiche, e possiamo provare a trovare la ricomposizione dell’altra metà del doppio vincolo di cui parlavo all’inizio, quella della contrapposizione tra rinnovabili e bellezza, due valori positivi: la bellezza, che implica amore per il proprio territorio, e il grande miglioramento nella qualità della vita di tutti che le rinnovabili possono portare. Due valori che non sono assolutamente conflittuali e antagonistici, perché sono tutte e due declinazione dell’interesse generale e del bene comune.

Certo, quando si parla di bellezza alcuni sostengono che si entra nel campo della soggettività (cosa che non si può dire per la sicurezza e la salute, su cui esistono studi e dati che possono dirimere le questioni controverse), ma io non penso che sia così. Quando si parla di bellezza (in un paese che non è certo toccato dalla wilderness) si entra nel campo del cambiamento, della speranza di poter costruire nuova bellezza, della lotta contro i veri distruttori di bellezza, della voglia di migliorare i propri luoghi senza ingessarli, di condividere un’idea di futuro per il paese, che non è difesa dell’esistente (e delle ingiustizie e delle brutture che lo stanno condannando) ma voglia di cambiamento, appunto.

Io partirei da qui, dal rifiuto di difendere sempre e comunque quello che c’è oggi sul territorio (perché moltissime cose sono da eliminare) e dalla voglia di cambiare questo Paese (partendo dalle filiere industriali di cui parla Ferrante) costruendo nuove bellezze e nuovo benessere, che vuol dire pensare e condividere anche il modo in cui la tecnologia entra nel paesaggio italiano e gli dà un timbro nuovo, di modernità, di voglia di costruire un Paese secondo principi umani e sociali condivisi e diversi da quelli oggi dominanti. Insomma dovremmo discutere di rinnovabili e bellezza come due facce dello stesso processo di cambiamento e di lotta per il cambiamento, che dia più benessere a tutti. Allora anche il singolo impianto di geotermia o di coltivazione di cardi acquista un senso diverso. Il problema è che oggi non esiste un luogo politico che parli del Paese che vogliamo costruire, in cui sia possibile confrontarsi e, mentre la politica è solo difesa di grandi e piccole corporazioni, sia capace di avanzare una proposta di prospettiva e di scelte quotidiane che elabori un progetto di benessere per tutti che risponda a criteri priorità e interessi di ordine pubblico.

di Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente