Il governo Tsipras con le spalle al muro e i giorni incerti della Grecia, visti da Atene

[30 giugno 2015]

grecia atene manifestazione referendum no 1

Ieri sera ero in Piazza Syntagma ad Atene assieme a decine di migliaia di greci che manifestavano per un no al referendum sulle misure economiche chieste dalle istituzioni europee al governo greco. Richieste di tagli su salari e pensioni e di aumento delle tasse: è l’unica ricetta che viene propinata alla Grecia ormai da anni. Il governo ritiene non solo che queste misure non favoriranno la ripresa, diventata ormai una chimera, ma ritiene anche di non avere il mandato per accettarle. Per questo ha indetto una consultazione popolare sul pacchetto definito dal governo Tsipras un ultimatum, mettendo in fibrillazione tutte le cancellerie europee.

In piazza ieri sera c’era molta gente, meno comunque di quante se ne vedeva nel 2011 durante il movimento degli aganaktismèni, gli indignati che tennero sotto “assedio” la Voulì, il parlamento greco per molte settimane. La gente era certamente preoccupata, ma serena. L’adattabilità umana è qualcosa di straordinario e i greci nella loro recente storia, come ricordava Tsipras nel suo discorso televisivo venerdì notte, hanno passato momenti ben più difficili. Nello spirito della manifestazione mancava, a mio avviso, quella carica di combattività che caratterizza, praticamente sempre, le manifestazioni in questo paese.

D’altra parte la scelta che ha dovuto fare Tsipras è una scelta molto difficile di un governo messo con le spalle al muro da una Santa Alleanza composta dai templi della finanza europea e mondiale, e dai partiti maggiori partiti europei che hanno sposato questa causa. Sposta più voti la chiusura dei rubinetti alle banche greche, costringendo così il governo a chiudere gli sportelli bancari per una settimana, che qualsiasi grande manifestazione elettorale propagandata massicciamente attraverso i media.

Per la Grecia le prospettive, in qualsiasi modo finisca il referendum, non sono certamente rosee. Se vincerà il sì, il governo Tsipras sarà costretto a dimettersi e riprenderà, senza nessuna opposizione che possa incidere, un percorso di impoverimento della società che sembra senza fine.

Se vincerà il no, a meno che non si arrivi ad un accordo in extremis, il governo greco, senza più il sostegno della BCE, sarà probabilmente costretto a battere una sua moneta e a uscire dall’area dell’euro, con l’economia del Paese sarebbe ulteriormente ridimensionata drasticamente nel giro di breve tempo. Non è facile capire quale delle due soluzioni sia la migliore, misurandola su un tempo di qualche anno.

Come Socrate, la Grecia si trova davanti al dilemma fra la condanna morte e la scelta di bere la cicuta. Le forze che si battono per il sì, conservatori e socialisti in primo luogo, sono sostenute dai più importanti giornali e dalle principali reti televisive, dai governi e dai partiti di tutti gli altri paesi europei che, dopo dichiarato con ipocrisia che “è diritto del governo greco indire un referendum”, si sono messi a squarciagola a far propaganda per il sì: un atto che è di fatto un’ingerenza negli affari interni di un altro Stato. Ieri notte i media greci riportavano che il presidente del Parlamento europeo, Martin Schultz, si dichiarava disponibile a venire ad Atene ad appoggiare la campagna del sì, tradendo così il proprio ruolo istituzionale.

Samaras e Venizelos sanno che la vittoria del sì è a portata di mano, basta smuovere una parte di quei votati conservatori e socialisti che alle ultime elezioni sono rimasti a casa, e convincerli a votare sì. Per far questo non si fa che seminare paura e incertezza, e il gioco potrebbe riuscire.

Mi auguro di no, di essere smentito. Non amo i confronti elettorali fortemente condizionati da pressioni politiche, diplomatiche, economiche. Mi ricordano i confronti che si tenevano in Cile sotto il governo Allende. Allora ero un giovane liceale, sono passati tanti anni, ma quando si arriva a toccare interessi profondi i sistemi della lotta politica non sono certo cambiati.