Nell'analisi Ernst & Young la rassegna delle possibilità, l'altra faccia della medaglia

Il Mediterraneo, la «seconda potenza mondiale» che lascia affogare il suo futuro

Il Pil dell’area vale più del 15% del fatturato mondiale. Troppo comoda la globalizzazione delle merci senza le persone

[21 aprile 2015]

Se l’area del Mediterraneo fosse un Paese unico, oggi rappresenterebbe «la seconda potenza mondiale, preceduta solo dagli Stati Uniti (il cui Pil rappresenta il 22% dell’economia globale) e che ha un valore stimato di oltre 19, 2 trillioni di dollari, e precederebbe seppur di poco anche un rivale come la Cina».

Affacciandosi sul Mare nostrum da quella meravigliosa terrazza che è l’Italia, la drammatica cronaca di questi giorni mostra solo l’ignominia delle onde macchiate di sangue. Come l’essere umano non è fatto per celebrare l’assenza di problemi, anche l’opinione pubblica italiana ed europea tende a dimenticare qual è la contropartita che può offrire – e che già sta offrendo – l’area del Mediterraneo (sponda sud compresa) al resto del Vecchio continente.

Non bastasse la compassione a smuovere all’azione il territorio che si autoproclama (spesso con buone ragioni) roccaforte dei diritti umani, le ragioni dell’economia potrebbero essere più sollecite. Dal Mediterraneo non sbarcano in Europa solo “problemi” ma anche grandi opportunità, come quelle messa in bella evidenza solo pochi giorni fa a Roma durante il convegno internazionale Baromed Attractiveness survey 2015, The Next Opportunity, organizzato dalla big mondiale Ernst & Young: la valutazione entusiasta sull’area Mediterranea riportata poco sopra, e raccolta dal Sole24Ore, è tracciata proprio da Donato Iacovone, amministratore delegato di EY in Italia.

Nonostante il caos politico che caratterizza ampi spazi della sponda sud, gli investimenti sono previsti anche oggi in costante crescita. Nel solo 2013 gli investimenti stranieri diretti nell’area del Mediterraneo sono stati più consistenti (85 miliardi di dollari) di quelli che è riuscita a conquistarsi l’intera Cina, dando una potente spinta al Pil, che vale oggi 10mila miliardi di dollari.

«Oggi il Pil dell’area mediterranea rappresenta oltre il 15% del fatturato mondiale e gli scambi interni hanno un valore di oltre 7mila miliardi di dollari, pari al 20% del commercio mondiale», spalmato su un bacino demografico di 535 milioni di persone (il 7,1% della popolazione globale, meno della metà di quella cinese).

E le opportunità di sviluppo per il prossimo futuro sono molteplici. Non si tratta solo di poter usufruire di manodopera a basso costo: Ernst & Young individua la regione come uno dei prossimi hub per tecnologie e infrastrutture. E neanche è in ballo solo un bacino dalle grande potenzialità in termini di risorse naturali; queste ricchezze, sottolinea EY nella sua ricerca, saranno anzi soggette a ulteriore competizione, e dunque una loro migliore gestione sarà uno dei megatrend che caratterizzerà lo sviluppo del Mediterraneo.

L’Europa, spinta a crescente marginalità nel rapporto di forze globale da incertezze e divisioni sia politiche sia economiche al suo interno, potrebbe ritrovare un suo ruolo di player mondiale anche aprendosi a sud. In questo contesto, l’Italia avrebbe tutte le caratteristiche – geografiche, storiche e anche economiche – per ritagliarsi un ruolo di primo piano. Anche nell’interpretazione dello sviluppo sostenibile, come dimostra l’università di Siena capofila del progetto Onu MED Solutions. Certo che al contempo stanziare in aiuti pubblici allo sviluppo lo 0,16% del Pil, la metà di quanto promesso, non è per l’Italia un buon biglietto da visita internazionale, neanche per i più bisognosi dell’area mediterranea; di fronte a queste cifre, anche slogan come “aiutiamoli a casa loro” puzzano di beffa.

Gioire per le opportunità d’investimento e muoversi nell’area con l’interventismo militare tipico dell’Occidente è un comportamento molto comodo, senza poi occuparsi al contempo della contropartita posta dalla globalizzazione: insieme alle merci si muovono le persone, e sarebbe bene lo facessero anche i diritti.