Il rifiuto dei numeri

Dopo un mese di Jobs Act sale la disoccupazione, 59mila i posti di lavoro in meno

[30 aprile 2015]

Nello storytelling del successo portato avanti dal governo Renzi finisce sempre per mettersi di traverso qualche numero di troppo; quelli sul lavoro diffusi oggi dall’Istat, e inerenti il mese di marzo, risultano particolarmente indigesti, in particolare la vigilia del 1 maggio. Il 7 dello scorso mese è infatti entrato in vigore il contratto a tutele crescenti (il bonus assunzioni è partito invece dal 1 gennaio), pietra angolare del Jobs Act. Sette giorni fa il ministero del Lavoro, pur precisando la natura provvisoria dei dati, faceva ordine nella ricostruzione di un successo: 641.572 nuovi contratti di lavoro, 40.034 le trasformazioni di rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato.

Oggi, l’Istat racconta un’altra storia (con dati ancora una volta provvisori). A marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3% (-59 mila) rispetto al mese precedente, i disoccupati aumentano su base mensile dell’1,6% (+52 mila) e «rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo gennaio-marzo 2015 risultano in calo sia il tasso di occupazione (-0,1 punti percentuali) sia il tasso di disoccupazione (-0,2 punti), a fronte di una crescita del tasso di inattività (+0,2 punti)». Per quanto riguarda in particolare i giovani, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni «è pari al 43,1%, in crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente» e «rispetto a marzo 2014, si osserva la diminuzione del numero di giovani occupati (-5,5%, pari a -50 mila), il calo anche del numero di disoccupati (-6,9%, pari a -49 mila) a fronte di una crescita del numero di inattivi (+1,5%, pari a +66 mila)».

Due rappresentazioni della realtà così distanti tra loro, ed entrambe provenienti da due istituzioni più che autorevoli, danno fiato a interpretazioni umorali delle italiche difficoltà. La matematica non sarà un’opinione, ma la lettura dei numeri porta sempre a ratificarne una. Su queste pagine non sono mancate le occasioni per sostenere la totale inadeguatezza del Jobs Act nell’affrontare la tragica disoccupazione in cui il Paese si trova impantanato – e mettendo in fila anche qualche modesta controproposta –, ma sarebbe fin troppo facile oggi puntellare le proprie tesi coi numeri Istat. L’esempio al contrario del dicastero del Lavoro suggerisce quanto sia poco saggio, con il ministro Poletti che oggi si affretta a precisare come questi dati vadano letti «in un quadro complessivo dove segnali positivi si incrociano con elementi di criticità tipici di una situazione economica ancora non stabilizzata».

Un mese non può essere sufficiente per giudicare pienamente una riforma. Preoccupa di più il considerare accettabile un tasso di disoccupazione nell’eurozona (si immagini in Italia) pari ancora al 9,9% tra due anni, come da stime Bce. E, sul fronte interno, le conseguenze di un uso dei numeri come clave da parte di istituzioni e autorità. Una tendenza che non si ferma certo al solo ambito del lavoro.

Parlando di sostenibilità, si prenda l’economia circolare: come si concilia la pur montante retorica sui rifiuti zero con la volontà di offrire un’alternativa industriale concreta e sostenibile alla crisi economica? Zero è un numero ambizioso. Soprattutto se sovente ci si dimentica di precisare che, realisticamente, l’unica percentuale che può (e deve) tendere a zero è quella del conferimento in discarica – oggi ancora attorno al 40%, in Italia –, e che in ogni caso la soluzione “rifiuti zero” riguarda specificamente quella frazione dei rifiuti urbani interessati dalla raccolta differenziata: gli imballaggi. Che, una volta a fine vita, rappresentano a loro volta solo il 7% circa del totale dei rifiuti (urbani, speciali, pericolosi) stimati in Italia. Sui numeri si costruiscono le aspettative, e se le premesse sono queste – in un ambito o nell’altro – non potranno che finire deluse.