A greenreport Greta Pogliani, Daxue Consulting

In Cina crollano le borse, ma per i motivi sbagliati. L’insostenibilità vista da Shanghai

Timidi segnali di ritorno a ritmi di crescita più umani mandano nel panico gli investitori

[27 luglio 2015]

epa04771806 A stock investor passes by an electronic screen at a brokerage house in Beijing city, China, 28 May 2015. China's shares plummeted on 28 May that the benchmark Shanghai Composite Index droped 6.5 percent, or 321.44 points, to finish at 4,620.27 points and the Shenzhen Component Index droped 6.19 percent, or 1,050.57 points, to close at 15,912.95 points.  EPA/WU HONG ORG XMIT: WUHONG02

Per una Borsa che rimane chiusa, quella di Atene, un’altra frana: l’indice composito di Shanghai ha chiuso la sua peggiore giornata dal 2007, con un crollo del -8,48%. Nessuna montagna di soldi “bruciati”, come spesso piace affermare (in Borsa quando qualcuno vende qualcun altro compra, da sempre), ma mercati in fibrillazione in tutto il pianeta, viste le dimensioni ciclopiche dell’economia cinese: lo Stato con il secondo Pil più pesante del pianeta, mentre quello ellenico – per dare un senso alle proporzioni – non si smarca poi molto dal Pil iracheno.

Gli analisti di mercato riconducono lo scivolone asiatico ai “rallentamenti” dell’economia cinese, sintetizzato nel calo dei profitti industriali dello 0,3% in giugno rispetto all’anno precedente (appena reso noto) e ai timori circa un disimpegno del governo cinese nel sostegno alle Borse. Prima che il Partito comunista decidesse frenarne la caduta – con un discreto successo, dato che dal minimo dell’8 luglio l’indice di Shanghai ha recuperato il 16% – le perdite sul mercato azionario cinese erano state ingenti, pari a circa 3.2 triliardi di dollari.

«In Cina, il 90% degli azionisti sono investitori al dettaglio e, in media, ogni azionista ha perso almeno 20.000 RMB (3.219,62 USD): la reazione generale dei piccoli risparmiatori cinesi si riassume nella speranza che il governo risani il mercato. In questi giorni – ci spiega Greta Pogliani, che a Shanghai lavora per  Daxue Consulting, una società di consulenza strategica specializzata nelle ricerche di mercato – i cittadini cinesi stanno cercando di capire e decidere che cosa fare, se vendere o no le azioni, anche se la maggior parte spera in una ripresa. È vero che negli ultimi anni la crescita economica è rallentata, ma la classe media è rimasta estremamente fiduciosa, e il governo ha alimentato l’interesse verso l’investimento in borsa, indicandolo come un modo per aiutare la crescita delle start-up e delle imprese più innovative.

Le sensazioni qui a Shanghai suggeriscono che il crollo della borsa abbia generato diverse reazioni tra i cittadini cinesi, che credo possano riassumersi in almeno due categorie. C’è chi è ancora ottimista, perché ha venduto prima del crollo della borsa ed è probabilmente anche pronto a mettere in pratica qualche tentativo di bottom fishing. C’è chi, invece, ha ancora molti soldi investiti in borsa, ha probabilmente perso troppe opportunità di vendere prima del crollo e ora non può ritirare l’investimento perché vorrebbe dire perdere troppi soldi. Per tutte queste famiglie cinesi, aspettare è l’unica soluzione».

Un’attesa  che, allargando la prospettiva, va a minare anche le certezze dei mercati globali. Da una parte le performance economiche e le grandi riserve finanziarie della Cina suggeriscono come le fibrillazioni possano essere arginate dallo Stato, dall’altra ciò che succede all’interno di un gigante economico difficilmente non ha ripercussioni sul resto del mondo. «La Cina – sottolinea infatti Greta Pogliani –  è ormai una potenza intrinsecamente legata al resto del mondo, e i consumatori cinesi generano un notevole impatto sui consumi globali. Moltissime aziende, anche italiane, esportano nell’area Asia-Pacifico (e soprattutto in Cina). Se osserviamo il crollo della borsa di Shanghai da questa prospettiva, notiamo allora come l’accaduto possa per esempio rallentare i consumi delle famiglie cinesi che nelle ultime settimane hanno perso molti soldi e risparmi».  E a rallentare, oltre ai consumi interni, sono anche fattori sistemici come gli acquisti di materie prime (petrolio, minerali, metalli) dal resto del mondo; senza la Cina a premere sull’acceleratore, il Bloomberg Commodity Index ha toccato il minimo da 13 anni a questa parte.

Il paradosso è che, visti attraverso il prima della sostenibilità, alcuni di questi trend dovrebbero essere accolti positivamente. Dopo aver levato (in Occidente) alte grida sulla crescita aggressiva dell’economia cinese, oggi siamo qui a preoccuparci se cresce al 7,4%, meno del fatidico 10%; dopo aver messo sotto accusa un modello di crescita rapace di risorse, al minimo cedimento sulle commodity si paventa il disastro; dopo una pazza corsa che ha portato i listini cinesi al +100% in un solo anno, un loro crollo minaccia la stabilità finanziaria globale. La Cina spaventa il mondo, ma per i motivi sbagliati.

Il governo cinese, senza grandi remore sulla democraticità dell’azione, è riuscito a frenare l’emorragia imponendo misure impensabili in Occidente (ad esempio congelando le vendite dei “grandi azionisti”, con in portafoglio >5% di un titolo), ma il nocciolo del problema rimane ancora una volta all’interno dell’attuale modello di crescita, tanto amato quanto insostenibile.