Investimenti, i risparmi di due milioni di famiglie italiane basterebbero a salvare l’Europa

Gli ignavi d’Italia: il 10% più ricco della popolazione detiene 2mila miliardi di euro, il 50% della ricchezza complessiva del Paese

[9 dicembre 2014]

La task force europea per gli investimenti ha appena reso pubblico un rapporto in cui si mostra come «vi sia un notevole potenziale per gli investimenti europei», un eufemismo per dire che il Vecchio continente abbonda di progetti e intenzioni che darebbero un grande aiuto alla crescita, ma le risorse per realizzarli non sono ancora state stanziate. La cifra in ballo è di quelle che si legge su Topolino, nelle casseforti di zio Paperone: 1,3 trilioni di euro di potenziali investimenti, ossia la somma dei progetti che ogni nazione ha inviato alla Commissione europea sperando vengano inclusi nel piano Juncker – che, ricordiamo, a fronte di tanta richiesta mette sul tavolo 21 miliardi di euro, e spera di raccoglierne 315. Solo l’Italia, alla fine, ha presentato richiesta per 87,1 miliardi di euro nei prossimi 3 anni.

Il piano Juncker per rilanciare gli investimenti è stato salutato da alcuni come un importante cambio di impostazione culturale da parte della Commissione, ma al momento è ben più diffuso lo scetticismo al riguardo. Come sarebbe possibile sopperire a questa strategia, si rivelasse inefficace? Forse è bene riscoprire che, in Italia almeno, i soldi ci sono. E tanti, davvero tanti. Sono nelle mani delle più ricche famiglie del Paese: il problema è che se li tengono troppo stretti.

Come riporta l’ultima nota di Standard&Poor’s, ripresa oggi dal Sole24Ore, «la ricchezza mobiliare (conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni) delle famiglie italiane è salita a 3.858 miliardi, battendo il precedente record di 3.738 miliardi del 2006 e crescendo di 400 miliardi dal 2011». Siamo molto vicini a quota 4mila miliardi di euro, «2 volte il debito pubblico e 2,7 volte il Pil» di ricchezza finanziaria privata.

Una ricchezza ben poco distribuita. «Molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza, mentre poche famiglie dispongono di patrimoni molto elevati. In Italia il 10% più ricco della popolazione detiene il 50% della ricchezza complessiva. Di quei quasi 4.000 miliardi di patrimonio sui conti correnti, nei fondi comuni, nelle polizze, impiegati in Borsa e in BTp ben 2.000 miliardi sono appannaggio di 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari». Giusto per dare un’idea della proporzione, 2 milioni di famiglie italiane detengono 2 trilioni di euro (2mila miliardi), ossia molto più di quanto richiesto da tutti gli Stati europei in tema d’investimenti; se si allarga lo sguardo alla ricchezza privata dei cittadini di tutta l’Ue si potrà apprezzare meglio il paradosso.

In condizioni di marcata crisi economica, un eccesso di risparmio di tale entità è deleterio per l’economia e – data la sua concentrazione in pochissime mani – anche per l’etica pubblica. È un quadro della situazione che dovrebbe comunque indignare, ma non sorprendere.

Negli ultimi mesi sta fortunatamente crescendo la quota di neo-folgorati dalle teorie di Keynes – ultimo in ordine d’apparizione l’ex premier italiano Mario Monti, alfiere dell’austerità alla guida del Paese e oggi pronto a chiedere «investimenti, non solo privati ma anche pubblici, sia pure finanziati in debito» –, ma anche in questa nuova tendenza è molto facile dimenticare il contraltare di quanto insegnava l’economista di Cambridge. Gli investimenti pubblici come antidoto alla crisi, ma anche la penalizzazione della rendita, della speculazione e del risparmio eccessivo con una tassazione adeguata.

La patrimoniale – recentemente resuscitata dal successo internazionale dell’economista francese Piketty – è il convitato di pietra della crisi europea, forse più che gli Eurobond. La fase più acuta della crisi economica d’Italia e d’Europa si vaporizzerebbe se la ricchezza privata dei suoi cittadini fosse produttivamente impiegata. La leva delle tasse torna dunque prepotentemente in primo piano nel ventaglio d’azioni possibili, ma anche incentivi a perseguire strade d’investimento sostenibile: le possibilità in teoria non mancano, dalla promozione della Cassa depositi e prestiti alla creazione di strumenti finanziari ad hoc.

A mancare sembra piuttosto la volontà politica, insieme alla collaborazione degli istituti di credito. Si provi a varcare la soglia di una banca per chiedere di impiegare il proprio (anche magro) capitale in strumenti finanziari che lo valorizzino in modo sostenibile in senso lato, ambientalmente, socialmente ed economicamente, magari con ricadute positive sul proprio territorio. La risposta è sovente un balbettio incomprensibile.

E se è ben comprensibile la titubanza del piccolo risparmiatore nel cercarsi da solo gli investimenti sostenibili più adatti alle sue esigenze – e perché no, a quelle del proprio Paese – non lo è affatto quella dei pavidi, grandi ricchi italiani. Il loro posto, nell’inferno della crisi, è quello nel girone più infido. È quello degli ignavi.