Israele: vince Netanyahu, perde la pace. Ma la lista araba è terza

[18 marzo 2015]

Alla fine quello che sembrava un testa a testa si è rivelato come l’ennesima sconfitta del tremebondo centro-sinistra d’Israele: la lista dell’Unione sionista formata dal laburista Isaac Herzog e dalla centrista Tzipi Livni è finita dietro il Likud di Benjamin Netanyahu, staccata di 5-6 seggi.

Sembrano essere state decisive le ultime ore di campagna elettorale quando Netanyahu, in apparente violazione delle regole, ha avvertito la destra israeliana che gli arabi stavano andando a votare in massa e ha annunciato che non avrebbe mai permesso la costituzione di uno stato palestinese. Così Herzog, dato in testa ai sondaggi, è arrivato secondo e stamattina Netanyahu ha rivendicato «una  grande vittoria per il Likud e per il popolo di Israele. Sono fiero del popolo di Israele che, nel momento della verità, ha saputo scegliere tra ciò che è importante e quello che non lo è, e mobilitarsi per quel che è importante».

Ma Netanyahu ora ha un grande problema, anzi due: la martellante campagna di odio anti-palestinese e di paura, con la trasformazione di Israele in uno stato confessionale-identitario, non solo  ha prosciugato i partitini di destra alleati del Likud ma ha anche riportato la minoranza araba al voto per impedire una deriva “giudaica” di Israele. L’allarme sul voto arabo lanciato da Netanyahu mentre erano in corso le provocazioni era ben calcolato: la destra israeliana sapeva bene che gli arabi cittadini di Israele – che in passato si erano divisi nel voto tra il Partito Laburista, quello Comunista e le liste progressiste filo-palestinesi, per poi disertare le urne – non avrebbero mai votato per una coalizione che si è data il nome di Unione sionista; ma quel che ha sorpreso tutti (Netanyahu compreso) è che il listone arabo guidato da Ayman Odeh sia arrivato terzo, entrando così in forze alla Knesset con una coalizione che è riuscita finalmente a mettere sotto la stessa bandiera i partiti arabi che erano diventati ininfluenti a causa delle loro divisioni settarie, non riuscendo nemmeno a superare la barriera del quorum del 3,25%. Odeh ha abbandonato la retorica del nazionalismo palestinese per concentrarsi sui problemi e le discriminazioni che subiscono gli arabi israeliani, e a quanto pare i giovani lo hanno votato in massa.

La vera sconfitta è quindi l’Unione sionista ed Herzog, dopo aver augurato buona fortuna a Netanyahu, ha detto che non parteciperà a nessun governo con il Likud: «Non è cambiato niente, continueremo a batterci per una società giusta». Ora il Likud dovrà trovare gli alleati per raggiungere la maggioranza di 61 seggi: ne dovrebbe aver presi, da solo, 29/30; l’Unione Sionista è a 24 e la Lista Araba Unita a 14. L’operazione dovrebbe riuscire, perché i restanti seggi se li dividono 6 partiti di destra e/o religiosi, ad esclusione della sinistra del Meretz che si ferma a 4 seggi.  Ma anche l’Unione sionista sta corteggiando gli ex alleati “laici” di Netanyahu e il partito religioso Aryeh Deri per formare un governo e, se quest’ultimo accettasse, si potrebbe portar dietro gli altri partiti religiosi. Il listone arabo, da par suo, ha già detto che non parteciperà a un governo di centro-sinistra a causa della politica sionista in Cisgiordania, ma si è detto pronto a favorire con il suo voto un’alternativa alla destra.

Ma il problema è che, nonostante la crisi e la diseguaglianza crescente, la maggioranza (relativa) degli israeliani ha votato per la politica identitaria, guerresca e avventurista di Benjamin Netanyahu, che punta allo scontro con quel che resta dei bantustan palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, assediati dagli insediamenti illegali dei coloni israeliani e circondati dall’esercito, e che non nasconde di voler bombardare gli impianti nucleari iraniani, gli Hezbollah in Libano e l’esercito di Bashir Al Assad in Siria. Ha votato per un premier uscente che è andato a Washington per attaccare, direttamente al Congresso Usa, il presidente statunitense che non è d’accordo con questa politica che farebbe esplodere la polveriera mediorientale, e che al contempo piace tanto alla destra repubblicana.

Per questo l’affermazione della lista araba è importante: ricorda alla destra israeliana (e a quel che resta di un laburismo suicida) che Israele è un Paese multietnico e multi religioso, che ha cittadini arabi – che con gli attuali tassi demografici potrebbero in futuro addirittura diventare maggioranza – che non vogliono lo Stato ebraico “puro” teorizzato dalla destra. E’ con questo pezzo di Israele che, al netto della propaganda elettorale xenofoba, dovrà fare i conti  Netanyahu, ed è a questa novità che dovrebbe ora guardare con maggiore attenzione la sinistra non sionista, laica e pacifista di Israele.