In anteprima il rapporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Istat, in Italia il Pil è a crescita zero. Ma le emissioni di gas serra calano in un anno del 7%

Un’analisi solo quantitativa è fuorviante, ma un’economia davvero sostenibile è ancora molto lontana

[13 febbraio 2015]

Le stime Istat pubblicate oggi tracciano il quadro di un’economia italiana a crescita zero del Pil nel quarto trimestre del 2014. «Nel quarto trimestre del 2014 – dettaglia l’Istituto nazionale di statistica – il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente», anche se è diminuito «dello 0,3% nei confronti del quarto trimestre del 2013».

Tecnicamente, si tratta di uno stop alla recessione, l’apertura di uno spiraglio economicamente positivo per la penisola. Se si allarga lo sguardo a un contesto più ampio, si fa presto però a cedere nuovamente al pessimismo: «Nello stesso periodo il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,7% negli Stati Uniti e dello 0,5% nel Regno Unito; in termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,5% negli Stati Uniti e del 2,7% nel Regno Unito».

Anche il resto del Vecchio Continente, a colpo d’occhio, ha fatto meglio di noi. Incentivi fondamentali sono stati l’euro debole e il basso prezzo del petrolio, di cui hanno saputo avvantaggiarsi soprattutto la Germania (+0,7% del Pil nel quarto trimestre rispetto al precedente) ma non solo. «Le stime preliminari del Pil del quarto trimestre – snocciola l’economista Francesco Daveri su lavoce.info – indicano che nell’ultimo scorcio del 2014 la ripresa si è complessivamente consolidata in Europa, con una crescita congiunturale dello 0,4 rispetto al trimestre precedente (quando era stata dello 0,2 per cento)».

La ripresa italiana, quando appare, rimane dunque lenta e incerta rispetto a quella dei principali partner-competitor, e in ogni caso fortemente dipendente da fattori esogeni al Paese. Non è un caso, infatti, che lo stesso Istat precisi come il contributo della domanda interna continui a essere negativo (meglio l’export); significativo per i trend di medio periodo anche che sia in corso una «diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di un aumento nei servizi».

Anche se qualche segnale positivo si manifesta, è dunque ancora troppo presto per dire che la ripresa economica è alle porte. Dopotutto, nel 2014 «il Pil corretto per gli effetti di calendario» è comunque diminuito dello 0,4%. Se c’è una lezione che questi sfiancanti anni di crisi si spera però abbiano insegnato è che lo sviluppo di un territorio non si può misurare soltanto con un metro quantitativo. Il Pil non dice tutto, e la qualità della crescita è (o dovrebbe essere) importante tanto quanto la sua quantità.

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, pubblicando oggi in anteprima una stima delle emissioni nazionali di gas serra per l’anno appena trascorso, ci offre indicazioni preziose in merito.

Le emissioni di gas serra, spiega la Fondazione, continuano a calare in Italia. Nel 2014 si sono infatti  attestate attorno a 410 milioni di tonnellate di CO2eq. Si tratta di 25-30 MtCO2eq in meno rispetto al 2013, un taglio del 6-7%. Rispetto al 1990, nel 2014 le emissioni di gas di serra dell’Italia sono state ridotte del 20% , quasi 110 MtCO2eq in meno e di poco meno di 170 MtCO2eq rispetto al picco del 2005.

Numeri importanti, che dipendono da un calo della domanda energetica (suddivisa in -12% di gas naturale, -7% di carbone e -2% di petrolio) dovuta alla crisi economica, ma anche a una mutazione industriale in corso. Il calo delle emissioni di gas serra – ha affermato Edo Ronchi, il presidente della Fondazione – non è prodotto solo dalla lunga recessione economica , ma dalla riduzione dell’intensità carbonica del Pil: nel 2014 sono stati emessi circa 300 gCO2eq per produrre un euro di Pil, contro i 400 gCO2eq per ogni euro di Pil del 2005. Se questo trend sarà confermato, le emissioni continueranno a calare anche nei prossimi anni in presenza di una  ripresa economica. E’, infatti, in corso un mutamento strutturale del sistema energetico italiano, prodotto dall’aumento sia dell’efficienza energetica e sia delle fonti energetiche rinnovabili».

Le stime preliminari di Terna indicano per il 2014 un aumento consistente del contributo dell’idroelettrico, da 54 a 58 TWh (+7,5%) e del fotovoltaico, da 21,2 a 23,3 TWh (+10%), mentre l’eolico registra un misero +100 MW di nuova potenza installata a causa di interventi normativi avversi.

Nel complesso «si può prevedere – osserva Andrea Barbabella, responsabile energia della Fondazione – una produzione rinnovabile tra 110-115 TWh, pari a oltre il 42-43% della produzione nazionale e al 36-37% del fabbisogno elettrico» italiano.

Numeri incoraggianti, che per il presente e l’immediato futuro dipendono però in modo decisivo (come suggerisce il caso dell’eolico) dal segno che le istituzioni pubbliche – in primis il governo – decideranno di lasciare sul settore. I segnali ricevuti dall’esecutivo Renzi non sono finora particolarmente incoraggianti per l’energia. Non si parli poi dell’attenzione riservata alla gestione efficiente delle altre risorse (minerali e non), con politiche volte al riciclo e all’implementazione di una vera economia circolare che sono lacunose quando bene, assenti o addirittura – nei casi peggiori – dannose rispetto a un genuino laissez-faire.

In un simile contesto, un economia italiana a crescita zero come quella colta ancora una volta dall’Istat non è un buon segnale neanche per gli ambientalisti. L’economia di stato stazionario, o peggio ancora la “decrescita felice”, in questo caso non c’entra niente. «Un’economia di stato stazionario – per dirla con una nota battuta dell’economista ecologico Herman Daly – non è una crescita economica fallita». La prima delle due è un disegno ben lungi da concretizzarsi,  mentre la seconda in Italia è già purtroppo ben visibile.