La Brexit vista da Zurigo: che fine farà la ricerca scientifica e ambientale europea?

Considerazioni all’indomani della conferenza annuale dell’Eaere, l’Associazione europea degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali

[21 luglio 2016]

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Si è svolta all’Eth di Zurigo l’edizione annuale della European association of environmental and resource economists (Eeare), e all’interno dell’Associazione è ora tempo di bilanci. Ma quest’anno ho avuto il vantaggio di poterli fare da una prospettiva privilegiata. Dopo la chiusura della conferenza, infatti, sono rimasto a Zurigo all’Eth per un breve visiting presso il Center of economic research del dipartimento di Management, Technology and Economics dove lavora Lucas Bretschger, l’attuale presidente dell’Eaere, ed è proprio con lui e i suoi collaboratori che nei giorni successivi alla conferenza ci siamo potuti dedicare a valutare i risultati scientifici emersi dalle varie sessioni. Anche quest’anno, infatti, l’Eeare non ha tradito le aspettative, fornendo numerosi spunti di riflessione, a partire dalle plenary sessions nel bellissimo e affollatissimo auditorium dell’Eth, che sono state tenute da Pietro Peretto (Duke University), Rohini Pande (Harvard Kennedy School) e Matti Liski (Aalto University).

Ma a dominare la scena durante i giorni dell’Eaere e le discussioni in dipartimento nella settimana post-conferenza non sono stati tanto i risultati dei vari studi presentati, quanto un altro evento che campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali: la Brexit. Il giorno del referendum, che ha avuto luogo proprio nel pieno della conferenza, come tanti colleghi sono andato a letto convinto che il Regno Unito fosse rimasto nella Ue per poi scoprire al risveglio che invece ne era uscito. L’irlandese Frank Convery, presidente onorario dell’Eaere, una delle figure storiche e di maggior spicco tra gli economisti ambientali, ha confessato nel suo discorso all’assemblea di aver fatto le 6 del mattino davanti alla Tv seguendo l’altalenarsi dei risultati. Ognuno ha la sua storia da raccontare e la propria angolazione da cui vede e ricorda gli eventi storici particolarmente rilevanti, e questo certamente lo è. Ma non è tanto la prospettiva personale che voglio qui fornire, quanto quella delle potenziali ricadute che la Brexit potrebbe avere sulla vita di molti ricercatori.

Tanti colleghi (italiani e non) che lavorano nel Regno Unito – da sempre una delle mete più prestigiose per chi opera nella ricerca e nell’accademia – dicevano scherzando di aver preparato le valigie solo per venire a Zurigo, ma che in realtà avrebbero dovuto farle per un viaggio ben più lungo in cerca di miglior fortuna fuori dal Regno Unito. Al di là della battuta, quello che è vero è che potremmo assistere a dei veri e propri flussi migratori nell’ambito dell’accademia e che potrebbe scatenarsi tra i principali istituti europei un’accesa competizione volta ad accaparrarsi alcuni dei migliori ricercatori e professori attualmente nel Regno Unito che optano per quello che potremmo chiamare una “Rexit” (research exit) a seguito della Brexit.

C’è anche un altro aspetto assai rilevante che interessa tutti i ricercatori europei, indipendentemente da dove operano al momento: il futuro dei progetti europei. Come è noto, questi ultimi sono una delle maggiori fonti di finanziamento per la ricerca e molti di noi sono coinvolti attivamente in tali progetti o perlomeno nella vasta competizione per ottenere un finanziamento. I progetti Ue richiedono la partecipazione di numerosi atenei e centri di ricerca provenienti da molti paesi d’Europa ed il Regno Unito svolge spesso un ruolo centrale in questi networks, con molti atenei inglesi come capofila di interi progetti o di singoli work packages.

Il quesito che serpeggiava all’Eaere era: che ne sarà di questi network in futuro? Certo, i progetti in essere arriveranno ovviamente alla fine senza alcun problema, ma ciò che si profila all’orizzonte è una ridefinizione dei network accademici stabiliti in anni di collaborazione. Questa non è certo la conseguenza socialmente più rilevante della Brexit, ma tra i tanti effetti ch’essa potrebbe avere c’è da annoverare anche questo aspetto con importanti ricadute sulla ricerca futura. Per fortuna, la ricerca non si ferma al confine, non viaggia col passaporto, ma sulle gambe delle idee e queste continueranno a fluire tra i ricercatori a dispetto della Brexit in tutte le occasioni di incontro e di scambio come quelle dell’Eaere… sempre ovviamente che tra tre anni l’Eaere si possa ancora tenere a Manchester come previsto!