Il disprezzo della minoranza dal governo alle classi scolastiche

La Buona scuola rimane senza risorse: il governo prevede spese per istruzione in calo

Centomila assunzioni di precari a settembre? Può darsi, ma il Def racconta un'altra storia

[5 maggio 2015]

In ben poche classi della scuola italiana, in questo cinque maggio, risuona il celebre incipit Ei fu. Siccome immobile di manzoniana memoria. A essere paralizzata è l’attività didattica, nel centro di uno sciopero come non se ne vedevano almeno dal 2008; tutte le sigle sindacali si sono unite contro la “Buona scuola” di Renzi, un piccolo Napoleone per tempi senza la misura del ridicolo.

In sette grandi piazze d’Italia sono in corso le manifestazioni: solo a Roma, secondo gli organizzatori, sono in 100mila a protestare. Lo stesso numero di precari che il governo promette di assumere a partire dal prossimo anno scolastico; numeri che, va riconosciuto all’esecutivo, non si vedono da anni parlando di scuola. «Un sindacato – commenta però amaramente su la Repubblica Susanna Camusso – può scioperare contro delle assunzioni? La verità è che il governo non è in condizioni di farle per l’inizio dell’anno. E ha posto criteri assai discutibili che dividono in modo arbitrario i precari». Dalle stesse colonne, a ribattere per voce del governo è il sottosegretario Davide Faraone, che conferma. «Assumeremo prima dell’inizio dell’anno scolastico, nei numeri e nelle funzioni annunciate».

Il sospetto è che si replichi quanto già visto per gli 80 euro di renziana memoria. Le risorse si troveranno, a scapito però di pesanti tagli in altri settori. Per averne un’idea basta andare a spulciare quanto prevede l’ultimo Documento di economia e finanza per la spesa pubblica in istruzione. Era ferma a un misero 3,9% del Pil nel 2010, nel 2015 è previsto il 3,7% e nel 2020 sarà scesa ancora, al 3,5%. Al di là della retorica, si prospettano così ancora una volta le proverbiali e poco appetitose nozze coi fichi secchi.

Di fronte a queste cifre, le perplessità di chi protesta acquistano di consistenza. Ma al centro delle critiche non ci sono solo i numeri, quanto anche il modus operandi. I contrari denunciano una visione manageriale della scuola, con un ruolo di padre-padrone per i presidi. Uno specchio nelle aule scolastiche di quanto già avviene nel Parlamento a gestione renziana, che ieri ha approvato alla Camera l’Italicum (la legge elettorale, ossia l’architrave del sistema democratico) con una prova di forza muscolare, e in barba alla coerenza: «Legge elettorale – scriveva il premier solo il 15 gennaio scorso su Twitter – Le regole si scrivono tutti insieme, se possibile. Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato». Come volevasi dimostrare.

La stessa sprezzante considerazione per la minoranza che in un sistema democratico appare ancor più paradossale se professata da un partito – il Pd – che si vanta di aver una volta raggiunto il 40% delle preferenze dell’elettorato attivo: ossia di essere la minoranza di una minoranza. Un atteggiamento che pare essere ormai nel Dna del partito, con Faraone che dichiara: «I sindacati rappresentano la minoranza del Paese. La più chiassosa, ma sempre di minoranza si tratta». Da qui la pericolosa scelta di minimizzare.

Eppure sembra esserci così poco da essere spavaldi. A fronte di qualche numero interessante, che c’è, la “Buona scuola” prova a ridisegnare la scatola di un’istituzione fondamentale quale la scuola senza offrire sostanziali novità (e soprattutto risorse) per i contenuti. Per la scuola si spende poco, e male. Rimangono deboli i collegamenti con il mondo del lavoro di oggi, e non sono funzionali per preparare ragazze e ragazzi a quello di domani: in Germania Industria 4.0 – la “quarta rivoluzione industriale” con al centro la fabbrica intelligente – sta già dispiegando i primi effetti, mentre entro i patri confini si favoleggia di tablet in classi dove i tetti crollano per incuria, e mancano non computer, ma anche gessi e carta igienica. Quando il governo ha provato ad aprire al futuro, come in occasione dello slancio sulle “tematiche verdi” per insegnare lo sviluppo sostenibile a scuola, il seguito è stato a dir poco goffo.

Il risultato finale, purtroppo già ben visibile, è che una volta terminato il percorso scolastico gli (ex)studenti trovano difficoltà immani nell’inserimento lavorativo, e da adulti finiscono presto per perdere le competenze faticosamente accumulate, ma non valorizzate. A questi cittadini la “Buona scuola” offre risposte? Davvero poche. E se non cambierà rotta (presto, la precipitosa intenzione dell’esecutivo è quella di approvare il ddl entro giugno), mettendo tutto nelle mani dei presidi, finirà per perdere per strada anche l’esempio del lavoro di squadra. Dal governo ai banchi di scuola, ovunque il modello diventa quello di tanti piccoli Napoleone, chiusi nella Sant’Elena di un individualismo sfrenato che ha così poche prospettive da offrire per un presente e un futuro più sostenibili.