La comunicazione nel settore energia tra rinnovabili, effetto Nimby e fake news

Nel settore energetico italiano oltre i tre quarti delle opere contestate ha a che fare con le fonti pulite, sebbene il 90% degli italiani dica di essere favorevole al loro sviluppo: come mai?

[23 marzo 2018]

Il Global wind energy council ha recentemente presentato il nuovo report statistico sul mercato eolico globale, rilanciato in Italia dall’Anev (Associazione nazionale energia del vento), mostrando che nel 2017 sono stati installati nel mondo oltre 50 GW. Ai vertici di questa crescita si posizionano non solo Paesi in via di sviluppo come l’India, anzi: l’Europa ha avuto il suo miglior anno di sempre guidata dalla Germania, con risultati importanti nel Regno Unito e una ripresa in Francia.

Il report descrive uno scenario roseo dal punto di vista globale, eppure l’Italia resta ai margini per un combinato disposto di diversi fattori: pesa molto l’insipienza delle istituzioni, che da tempo hanno mostrato di non saper adeguatamente supportare la crescita del settore, prima ancora che dal punto di vista degli incentivi economici – a livello globale i costi dell’energia eolica “on shore” sono scesi di un quarto dal 2010 al 2017, e si stimano saranno competitivi in Italia attorno al 2022 – nella definizione di un quadro normativo stabile e coerente con lo sviluppo delle energie pulite.

Ma a legarsi e, probabilmente, incoraggiare quest’insipienza da parte della classe dirigente c’è anche un problema di percezione sui territori – dove talvolta le pale eoliche vengono scambiati per ecomostri, come del resto accade nel caso di centrali geotermiche, impianti a biomasse eccetera – che deve interrogare il mondo della comunicazione.

Come testimonia l’ultima edizione dell’Osservatorio Nimby Forum, lo sviluppo di infrastrutture energetiche continua a incontrare difficoltà e ritardi per opposizioni politiche, popolari, talvolta anche “ambientaliste” oltre che di natura burocratica, rallentando così le possibilità di sviluppo sostenibile del Paese. A testimonianza di come il problema si stia aggravando piuttosto che volgere a una soluzione, il Nimby Forum ha conteggiato nell’ultimo anno 359 impianti contestati (in crescita del 5% rispetto all’anno precedente), un record. E il più grande paradosso è che si tratta in larga parte di investimenti che l’economia del Paese la vorrebbero cambiare, puntando sulla green economy. Dal monitoraggio di oltre 1000 testate giornalistiche, il Nimby forum osserva che il comparto energetico, che assorbe oltre il 50% delle opere contestate, è in cima alla classifica dei No. Soprattutto, più dei tre quarti delle contestazioni nel settore energetico sono dirette, paradossalmente, verso impianti che valorizzano fonti rinnovabili.

Stupisce un po’ affiancare a questi dati le rilevazioni presentate agli Stati generali della green economy 2017, che descrivono un’Italia dove il Paese reale e la politica, in fatto di green economy, sembrano seguire percorsi paralleli: da una parte ci sarebbero i cittadini, disponibili e pronti a realizzare una svolta verde, dall’altra i leader politici che restano lontani da queste istanze. Solo il 3% delle loro dichiarazioni  ai TG nazionali tra gennaio e luglio 2017 ha interessato i temi della green economy. Al contrario, invece, il 58% dei cittadini si dice ben informato sulla green economy e 9 italiani su 10 la ritengono un driver per lo sviluppo locale. Misure come quelle per il clima e l’energia (rinnovabili ed efficienza energetica) incontrerebbero un consenso superiore al 90%. Dati che vengono confermati anche dall’Osservatorio nazionale sullo stile di vista sostenibile (Ons) presentato oggi a Milano. Allora perché, sul territorio, i tre quarti delle opere contestate nel settore energetico riguardano impianti rinnovabili?

Alcune indicazioni interessanti per sbrogliare questa matassa arrivano da un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori Ispra sui Monti Dauni in Provincia di Foggia, dove esiste un importante parco eolico. Può sembrare un’indagine minore, perché molto localizzata – si tratta di un’inchiesta campionaria svolta presso i comuni di Orsara di Puglia e Sant’Agata di Puglia – ma fornisce utili indicazioni di carattere generale anche perché la Puglia produce il 14% di tutta l’elettricità italiana, è la prima Regione per export di energia elettrica, e soprattutto la prima sia per capacità solare installata (14%) sia la prima per la capacità eolica (25%).

Tra il 1999 e il 2009 in questi due Comuni sono stati istallate pale eoliche per una potenza complessiva di ben 180 MW, e l’Ispra nel 2015 è andata a verificare cosa ne pensano i cittadini del posto. Se in Italia come del resto in tutta Europa l’energia eolica insieme a quella solare sono tra le tecnologie rinnovabili che riscuotono maggior consenso, qual è la percezione che ne hanno alcuni nostri concittadini che vivono in prossimità di un parco eolico? Anche a Orsara e a Sant’Agata la maggioranza della popolazione “pensa bene” dell’eolico. Ma il favore è nettamente inferiore a quello della media nazionale. Considera positive le tecnologie eoliche il 60,3% del campione intervistato, un secco 30% in meno della media nazionale che lascia importanti interrogativi sospesi.

Il motivo principale dell’erosione del consenso è determinato, secondo l’indagine di Ispra, dalla mancanza di chiarezza e trasparenza che – sempre secondo la percezione della cittadinanza – hanno preceduto e accompagnato la realizzazione degli impianti. L’81% degli intervistati ha denunciato una mancanza di informazione sufficiente. Insomma, secondo i cittadini dauni – perché è appunto la percezione dei fatti che qui interessa – il parco eolico è stato in qualche modo imposto alla popolazione locale.

Le cose non devono per forza andare così. Un altro recente studio dell’università svizzera di San Gallo mostra che il 78% degli svizzeri che vivono vicino a un parco eolico sono favorevoli a questo tipo di energia, il 76% pensa che l’impatto delle pale eoliche sul suo benessere sia debole o nullo. Solo il 6% degli intervistati dice di essere molto disturbato dalle pale eoliche.

Come migliorare, dunque, la percezione di questi impianti anche in Italia? È indispensabile maggiore e soprattutto migliore comunicazione, in tutte le sue forme. Da una parte, accompagnare la realizzazione di nuovi impianti con processi strutturati di dibattito pubblico sul territorio, in grado di presentare al meglio il progetto ai cittadini, rimane una strada che vale la pena tentare. Dall’altra, l’esigenza urgente di trovare una strada per lo sviluppo sostenibile del Paese richiama alla necessità di uno sforzo più intenso da parte del mondo della comunicazione, oggi più vasto e incontrollato di ieri.

Anni di sfiducia generalizzata verso le istituzioni ad ogni livello, che si stanno dimostrando inadeguate a gestire l’evolversi di un mondo sempre più complesso e interconnesso, hanno portato ad emergere fenomeni dei quali il più noto è oggi l’esplosione delle fake news, che trovano terreno fertile soprattutto in un campo come quello dei social network – strumenti molto utili ma senza nessun “guardiano della porta”, ruolo per antonomasia del giornalista di professione.

Ma come si sconfiggono davvero le fake news? Non c’è una ricetta unica o risolutiva, ma col passare del tempo si stanno inanellando intuizioni – corroborate da solide ricerche scientifiche – utili per affrontare il problema. Demistificare i ciarlatani è spesso inutile, se non controproducente: la buona comunicazione anche in fatto di energia non può quindi limitarsi al “debunking”, allo smontare una bufala, perché mediaticamente questa operazione non esce dalle casse di risonanza di riferimento, ma anzi quando incrocia gli utenti più coinvolti in una narrazione opposta può fomentare la polarizzazione e la cristallizzazione delle posizioni.

È dunque necessario aggirare il muro di gomma – dato che non si può infrangere, è così che il nostro cervello lavora – delle casse di risonanza recuperando la fiducia nella scienza tramite un approccio più inclusivo verso la cittadinanza.

È qui che si sviluppano il ruolo e la responsabilità del comunicatore di professione, del giornalista ambientale. La complessità dei fenomeni della realtà è apparentemente accessibile a tutti ma non sempre comprensibile: il nostro sistema cognitivo fatica ad adeguarsi a concetti come “incertezza”, “complessità” o “probabilità”, tendendo a favorire sintesi e narrazioni più semplici (o meglio, semplificate) e quindi rassicuranti.

In altre parole, oggi più che mai il giornalista è chiamato a fare bene il proprio lavoro, in un contesto che è mutato rispetto al passato ma che richiede sempre di lavorare attorno a due pilastri “ancestrali” per la professione: verifica delle fonti e (maggiore) approfondimento. Meglio rinunciare alla tempestività se necessario, perdere qualche click ma ritagliarsi competenze e tempo per spiegare la notizia. È sempre più questo elemento – l’approfondimento – a dare valore. Non solo al proprio lavoro, ma anche alla comunità alla quale il giornalista si rivolge.

È una sfida necessaria per il mondo della comunicazione, e una sfida che è possibile vincere. Quella della sindrome Nimby non è una malattia che abbandonerà la nostra psiche e la nostra società rapidamente, né facilmente. Serviranno pazienza e investimenti in educazione, occorrerà ricostruire un clima di fiducia tra istituzioni e cittadini – ormai sempre più surriscaldato. Ma i primi frutti del lavoro  forse stiamo già iniziando a coglierli. Tornando al rapporto prodotto dal Nimby Forum, nell’ultimo anno è passato infatti dal 15% al 20% il numero soggetti che si esprime a favore degli impianti, e secondo il Nimby Forum questo perché «forse qualcosa nel modo di riportare fatti e notizie sta cambiando». Un lavoro sul quale dobbiamo continuare a insistere.

Questo articolo riprende e amplia il contributo portato dal direttore responsabile di greenreport.it Luca Aterini, vincitore del premio giornalistico Anev 2017 – categoria giovani under30, alla tavola rotonda “La comunicazione nel settore energia” organizzata ieri a Roma dall’Associazione energia del vento