La crescita che non c’è, e quella invisibile: l’analisi del Worldwatch institute sulle risorse naturali

Pubblicato il nuovo rapporto Vital signs, «le tendenze che stanno plasmando il nostro futuro»

[16 settembre 2015]

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«Le prospettive di crescita globale sono un po’ indebolite, e le prospettive offuscate da incertezze importanti». Le valutazione che arriva dall’Ocse, con la pubblicazione del suo Interim economic outlook, tocca l’Italia in un momento particolare: l’aggiornamento del Def da parte del governo è atteso per questo venerdì, e la stesura della legge di stabilità imminente. Entrambi i documenti basano la quadratura dei conti su prospettive di crescita migliori – per quanto flebili – di quelle stimate solo pochi mesi fa. La rilettura dell’Ocse arriva come un secchio di acqua gelata sulla loro tenuta: per l’Italia la prospettiva di crescita nel 2015 arriva allo 0,7% – ovvero uno 0,2% in meno di quanto annunciato dal premier Renzi – e per l’anno prossimo si abbassa dall’1,5% all’1,3%.

L’affidabilità di queste previsioni di crescita è nota, ovvero estremamente bassa: dall’inizio della crisi, proprio l’Ocse (che rimane tra le istituzioni più precise) ha sbagliato mira di circa 200 miliardi di euro. Prendendo per buona la tendenza, anziché il mutare degli zero virgola, rimane il fatto che secondo l’organizzazione parigina la ripresa economica «sta procedendo nelle economie avanzate del mondo, ma la stagnazione del commercio mondiale e le condizioni di deterioramento dei mercati finanziari frenano le prospettive di crescita in molte delle principali economie emergenti».

I tempi della finanza continuano dunque a dettare legge, ma in questo affannoso tiro a segno volto a indovinare quale sarà l’andamento dell’economia rimane sempre più nascosto l’andamento del sottostante: ovvero le risorse naturali, quelle che estraiamo, consumiamo e poi gettiamo per soddisfare i nostri bisogni, più o meno artificiali. Come va dunque l’economia, vista poggiando i piedi per terra?

A mettere a fuoco questa crescita “invisibile” ci pensa oggi l’autorevole Worldwatch institute, che ha appena pubblicato la sua nuova edizione di Vital signs: dal significativo titolo «le tendenze che stanno plasmando il nostro futuro».

Secondo i dati raccolti dalla nota organizzazione di ricerca indipendente con sede a Washington, l’accelerazione nell’esaurimento delle risorse, l’inquinamento e il cambiamento climatico possono portare a costi sociali e ambientali oggi sottovalutati: «Con una popolazione globale composta da oltre 7 miliardi persone e ancora in crescita, la necessità di preservare gli ecosistemi è innegabile. Tuttavia – sottolineano dal Worldwatch – per molti prodotti l’aumento dei consumi sta raggiungendo nuovi livelli».

Esempi concreti sono quelli relativi alla produzione di carne, che negli ultimi 50 anni è quadruplicata fino a superare le 308 milioni di tonnellate l’anno, come anche il numero di automobili circolanti (che ha superato il miliardo, e sta tornado a crescere anche in Italia) o quello della plastica prodotta: 299 milioni di tonnellate al mondo nel 2013, a fronte di «tassi di riciclo che rimangono bassi».

«I consumatori spesso non conoscono l’impronta dei prodotti che acquistano, come ad esempio l’acqua incorporata in una t-shirt o una bistecca, l’esposizione ai pesticidi dei coltivatori di cotone, o la devastazione locale causata dalle compagnie del legname dal taglio le foreste per la produzione di carta da parte delle imprese di settore – spiega Michael Renner, direttore del progetto Vital signs – Il consumismo sfrenato è al centro di molte di queste sfide».

A livello globale, secondo quanto recentemente stimato dall’Agenzia europea per l’ambiente,  l’uso delle risorse è decuplicato dal 1900 a oggi, e ci si aspetta che raddoppi ancora da qui a 15 anni. Da parte sua, l’Italia presenta oggi una produttività delle risorse (2,3 euro/kg) migliore della media europea, ma per un Paese che mira a migliorare la sua performance industriale pur non potendo contare su ingenti risorse minerarie interne è imperativo fare di più (con meno).