Wwf, dal 1970 al 2012 abbiamo perso il 58% della ricchezza della vita sulla Terra

La Giornata mondiale dell’ambiente sprofonda nel Mediterraneo

Legambiente: «La parola chiave è cooperazione tra i Paesi, le istituzioni, le associazioni non governative, gli enti di ricerca, gli stakeholder economici e produttivi»

[5 giugno 2017]

C’è poco da far festa nella Giornata mondiale dell’ambiente, che ricorre oggi in tutto il mondo per la 45esima volta da quanto l’Onu inaugurò la celebrazione nel 1972. Secondo il Wwf, solo dal 1970 al 2012 abbiamo perso il 58% della ricchezza della vita sulla Terra per quanto riguarda la fauna dei vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci): sono le conseguenze dell’attività umana, che ha amplificato «forse anche di 1000 volte» quello che è il normale tasso di estinzione delle specie sulla Terra. Ogni anno in cui rintocca la sua ora, le campane della Giornata mondiale dell’ambiente suonano a morto. Perché dunque ostinarsi a celebrarla? Perché è ancora possibile invertire la rotta: riuscirci è l’imperativo della nostra epoca, con l’Italia chiamata a esercitare un ruolo da protagonista.

Sul nostro territorio non mancano le specie in via d’estinzione; il Wwf ricorda in particolare l’orso marsicano (ne sopravvivono, quasi esclusivamente in Abruzzo, non più di 50 individui), il gipeto (raro avvoltoio per il quale in Italia si contano appena una decina di coppie sulle Alpi) e la lontra (non ne sopravvivono oggi più di 600 esemplari sul territorio). Ma è solo affacciandosi sul Mare Nostrum che il quadro può dirsi completo. La foca monaca (con non più di 700 esemplari nell’intero bacino Mediterraneo), lo squalo bianco (il più famoso di una lunga lista, dato che oltre metà degli squali del Mediterraneo è a rischio estinzione) e il corallo bianco (che vive unicamente nelle acque mediterranee) rientrano tra i tristi protagonisti di uno stillicidio di cui siamo direttamente responsabili.

Non è un caso che anche la più diffusa associazione ambientalista italiana, Legambiente, dedichi particolare attenzione al Mediterraneo in questa Giornata mondiale dell’ambiente: quella che ancora oggi – nonostante tutto – rimane una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, risulta essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia. Un quadro delineato dall’Unep, il Programma ambientale delle Nazioni Unite, e confermato anche dai nuovi dati di Clean Up the Med – la più grande campagna di volontariato lungo le coste del Mediterraneo, coordinata proprio da Legambiente – che comprende anche un monitoraggio scientifico sul beach litter realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia) monitorate tra il 2014 e il 2017: l’8 giugno Legambiente – in occasione della Conferenza mondiale dell’Onu sugli oceani – presenterà a New York un focus sul Mediterraneo dal titolo “Multi-stakeholders Governance for tackling marine litter in the Mediterranean Sea”, in cui verrà mostrato in dettaglio come l’82% dei rifiuti spiaggiati trovati sugli arenili monitorati sia risultato di plastica e il 64% da materiale usa e getta, mentre la cattiva gestione dei rifiuti urbani e la mancata prevenzione rimangano ancora la causa del 54% dei rifiuti spiaggiati. Da questa conoscenza è necessario ripartire.

«Il Mar Mediterraneo è gravemente minacciato dal marine litter che registra concentrazioni tra le più elevate a livello globale – spiega Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente – Per questo è urgente che tutti i Paesi mediterranei intervengano in maniera comune per ridurre il problema del marine litter, dalla prevenzione alla ricerca scientifica, adottando anche misure drastiche come la messa al bando dei prodotti più inquinanti come i sacchetti di plastica non biodegradabili e compostabili». Ad oggi, su scala mediterranea, il bando delle buste non biodegradabili e compostabili è attivo solo in Italia, Francia e Marocco; d’altra parte, non è pensabile che tale divieto possa, da solo, risolvere il problema del marine litter nel Mediterraneo. È anzi la stessa Unep è mettere in guardia: «Etichettare un prodotto come biodegradabile può essere visto come una soluzione tecnica che rimuove la responsabilità dell’individuo, con conseguente riluttanza ad agire». Ancora una volta, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Per questo Ciafani si sofferma sulla necessità fondamentale di «continuare a studiare il fenomeno. come fa anche la nostra associazione da anni con Goletta Verde e la campagna ‘Spiagge e fondali puliti’». Un punto fermo però, c’è: secondo Legambiente per risolvere il problema del marine litter «la parola chiave è cooperazione tra i Paesi, le istituzioni, le associazioni non governative, gli enti di ricerca, gli stakeholder economici e produttivi».

Perché senza cooperazione, sostenibilità sociale ed economica anche quella ambientale rimarrà un miraggio. Le stesse acque del Mediterraneo dove la biodiversità è a rischio e i rifiuti marini galleggiano incontrastati sono quelle solcate dai migranti in fuga da guerre e persecuzioni: non è realistico chiedere a queste popolazioni di contribuire alla tutela ambientale senza contemporaneamente offrire una prospettiva di vita migliore per sé e i propri figli. Entrambi i fenomeni sono ancora gestibili – arrivano mediamente 150-180mila migranti all’anno, pari allo 0,3% della popolazione italiana. E di contro i 5 milioni di stranieri regolari contribuiscono al nostro Pil per l’8-9%, come testimoniato al Festival dell’economia di Trento –, ma ogni giorno che ritardiamo nell’affrontare questi problemi non farà che rendere più salato il conto da pagare, per tutti. Celebrare la Giornata mondiale dell’ambiente, oggi, serve soprattutto a ricordare quest’urgenza.