La democrazia diretta da sola non basta all’ambiente

La Svizzera boccia l’altro referendum: il 68% degli elettori non vuole l’economia verde

Sconfitta la proposta per aumentare l’efficienza delle risorse e ridurre l’impronta ecologica

[26 settembre 2016]

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C’è sempre un leghista più a nord: l’ultima tornata elettorale in Svizzera offre l’ennesima conferma di quanto già era emerso nel Paese elvetico ormai due anni fa, con un voto volto a bloccare l’immigrazione diretta in Svizzera, in primis dall’Italia. Per chiarire meglio il concetto, ieri il Canton Ticino ha approvato «Prima i nostri!», iniziativa popolare costituzionale con la quale si chiede che nel “mercato del lavoro venga privilegiato, a pari qualifiche professionali, chi vive sul territorio”. Gli altri saremmo soprattutto noi italiani, 62mila transfrontalieri che la maggioranza dei ticinesi (il 58% dei votanti) sembra non avere in grande simpatia. «Il voto non ha per ora effetti pratici», ha ricordato il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ma dovrà comunque passare al vaglio delle istituzioni elvetiche. Con conseguenze potenzialmente non facili da gestire soprattutto per quelle regioni – paradosso nel paradosso – dove la Lega Nord ha il nocciolo duro dei suoi elettori. Quando il leghista diventa migrante, verrebbe da dire.

La democrazia diretta evidentemente non è sempre buona, giusta, equa. La Svizzera rappresenta l’esperimento naturale ideale per valutarne la portata. Si tratta di uno dei Paesi più ricchi del mondo, perennemente ai vertici nelle classifiche globali che guardano alla qualità della vita, perfettamente inserito (sebbene storicamente neutrale) nel contesto della civilizzata Europa e con una delle tradizioni democratiche più forte e radicate della storia. Eppure, quanto meno negli ultimi anni, in Svizzera la democrazia diretta ha rappresentato uno strumento a difesa della retroguardia.

Tramite referendum i cittadini elvetici hanno detto no alle frontiere aperte, no a un “reddito di base”, no a un salario minimo, no a un salario massimo. Da ultimo, ieri ancora una bocciatura: no all’economia verde. L’iniziativa popolare federale ‘Per un’economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse (economia verde)‘ chiedeva di modificare la Costituzione in modo tale da promuovere entro il 2050 una riduzione dell’impronta ecologica della Svizzera «ad un livello sopportabile per la natura – come spiegano i Verdi, promotori dell’iniziativa (appoggiata tra l’altro dal Partito socialista come dall’Unione Sindacale Svizzera) – Il tutto seguendo tre assi: protezione climatica, efficienza delle risorse e importazioni pulite».

Oggi, se tutti i cittadini del mondo consumassero tante risorse naturali quanto gli svizzeri (o gli italiani), servirebbero tre pianeti Terra. I promotori dell’iniziativa popolare chiedevano di tener conto, invece, che di pianeta ne abbiamo uno soltanto, e di adeguare di conseguenza gli impatti ambientali. Come? Promuovendo la ricerca scientifica, emanando «prescrizioni sui processi di produzione, sui prodotti e sui rifiuti, nonché sugli acquisti pubblici», promuovendo incentivi fiscali e tassando l’estrazione di risorse naturali.

Una proposta apparentemente ottima, non fosse che anche stavolta ben il 68% dei votanti ha bocciato la proposta con un sonoro no. «La necessità di promuovere un’economia e consumi sostenibili non è stata messa in dubbio da nessuno nella campagna politica – ha commentato Doris Leuthard, responsabile del Dipartimento federale dell’ambiente – L’impiego di risorse naturali da parte degli svizzeri è troppo alto, stiamo gravando oltre misura sul pianeta. Ma questo obbiettivo va raggiunto gradualmente e con riguardo nei confronti dell’economia e della popolazione». Dunque, il 2050 sarebbe troppo presto. Meglio aspettare.

«Nel respingere l’iniziativa il nostro Paese – dichiarano invece i Verdi –  ha perso un’occasione storica per fare un concreto passo avanti nella giusta direzione. Oggi, il nostro sfruttamento sull’ambiente è tale da non permettere al pianeta di rigenerarsi. Con o senza questo articolo costituzionale, la Svizzera sarà costretta a ridurre la propria impronta ecologica nei prossimi decenni». I promotori sottolineano però come il referendum sull’economia verde sia riuscito a riportare il tema all’attenzione dell’intera nazione.

«Il Consiglio federale ha riconosciuto l’urgenza di intervenire a favore di un’economia sostenibile ed efficiente in termini di risorse e il controprogetto ne è stato la prova. Durante la campagna anche molti oppositori hanno riconosciuto che va fatto un tentativo nel ridurre l’impronta ecologica del nostro Paese. Ora aspettiamo i fatti». Con una consapevolezza in più: la democrazia diretta è uno strumento prezioso, ma da sola all’ambiente non basta. Serve la buona politica.

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  • Economia verde – votazioni del 25 settembre 2016

 

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