Masullo: «Con Cop21 in Italia temperature a +4 °C, il doppio della media mondiale»

La tromba d’aria su Roma e i cambiamenti climatici che l’Italia non vuole vedere

Il Corriere della Sera sminuisce la «tesi» del global warming, sostenuta «da molti attori cinematografici», dimenticando il 97% degli scienziati climatici del mondo

[7 novembre 2016]

Una tromba d’aria si è abbattuta ieri sul litorale romano, uccidendo due persone, mentre a Firenze l’Arno in piena (lo scorso venerdì si è celebrato il 50esimo anniversario della devastante alluvione del ’66) stringe ancora oggi la città nella morsa dell’angoscia. La prima pagina di quello che, non senza meriti, viene ancora oggi riconosciuto come il più autorevole quotidiano italiano, ovvero il Corriere della Sera, investe oggi il lettore con un’immagine drammatica – un vigile del fuoco che si cala sul lungarno fiorentino invaso dalle acque – ma al contempo lo mette in guardia su ben altro: «Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura – oggi a Marrakech – della Conferenza sui cambiamenti climatici».

Attacca così l’editoriale di Paolo Mieli, ex direttore del Corsera e pezzo da novanta del giornalismo italiano, che nel suo articolo Gli eccessi sul clima che cambia invita a smorzare i toni sui cambiamenti climatici. Se infatti la scienza ci dice che è assai difficile collegare un singolo evento climatico estremo ai cambiamenti climatici, e altrettanto vero che quest’ultimi agiscono già come potente fattore di rischio: anche un documento firmato l’anno scorso da numerose e autorevoli associazioni scientifiche italiane (come la Società italiana per le scienze del clima, la Società Meteorologica Italiana, l’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali) ha dichiarato che «dal 1950 ad oggi sono aumentati gli eventi climatici estremi (ad esempio ondate di calore, innalzamento del livello del mare, precipitazioni violente, gravi siccità) e molti di questi sono attribuibili all’influenza delle attività umane». Dopotutto il 2016 si avvia soltanto a diventare l’anno più caldo dalla fine dell’800, come il 2015 e il 2014 prima di lui.

«È del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale – sottolinea Mieli – vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming. È invece irrazionale dar retta ai sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute (tra loro molti attori cinematografici, spiccano per spirito militante Leonardo DiCaprio e Arnold Schwarzenegger)». D’altra parte è bene precisare che il clima «ha una sua storia molto particolare. Tra il 21 e il 50 d.C. si ebbero temperature superiori a quelle di oggi, tanto che fu possibile importare in Inghilterra la coltivazione della vite».

Perché Mieli cita due attori come fautori della lotta ai cambiamenti climatici, e si dimentica di ricordare che i competenti in materia, ovvero gli scienziati del clima, per il 97% concorda ormai sul contributo antropico agli attuali cambiamenti climatici? Perché il celebre saggista e storico confonde un picco delle temperature localizzato nel tempo e nello spazio con un cambiamento climatico che non a caso viene oggi definito globale? E perché, infine, il Corriere della Sera con un editoriale a firma di Massimo Gaggi ha titolato nei giorni scorsi Mai così alti i livelli di CO2. Il clima è stato stravolto per poi tirarsi nuovamente fuori dalla mischia proprio oggi che iniziano i lavori alla Cop22 di Marrakech?

Non è certo la prima volta (come testimoniano gli articoli di risposta vergati dal vicepresidente del Kyoto Club Francesco Ferrante, qui e qui) che il Corriere dà corda alle tesi eco scettiche nonostante la maggioranza schiacciante della comunità scientifica tenti di mantenere alta l’attenzione pubblica e politica sui rischi che stiamo correndo. Lo spettro dell’informazione italiana, consoliamoci, fortunatamente gode anche di altri orizzonti.

Intervenendo a chiusura del 13° Forum internazionale per l’informazione per la salvaguardia della natura organizzato a Frosinone da Greenaccord, Michele Candotti, dell’Agenzia Onu per l’ambiente (Unep) e non DiCaprio o Schwarzenegger  ha evidenziato che «non possiamo permetterci più distrazione. Occorre mantenere un monitoraggio stretto e ripetuto dei dati scientifici sul clima per mantenere la pressione su chi deve decidere». Il direttore scientifico della stessa Greenaccord, Andrea Masullo, si è dunque soffermato sull’impatto dei cambiamenti climatici in Italia ricordando che «nel nostro Paese se non saranno attivate politiche concrete di contrasto al climate change, le temperature potranno aumentare il doppio rispetto alla media mondiale», ovvero con «un incremento di 8 gradi centigradi». E anche se si dovesse realizzare lo scenario auspicato dall’Accordo di Parigi, che dovrebbe limitare l’aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi a livello globale, ciò «in Italia si tradurrebbe comunque in un innalzamento di almeno 4°C entro fine secolo». Meglio dunque premere oggi sull’acceleratore, prima che sia troppo tardi.